ISTINTO E IMPRESSIONI- Le regole del gioco

“ Si può dire che la vera vita cominci appunto là dove comincia l’appena-appena, là dove si producono appunto quei mutamenti infinitamente piccoli, che a noi sembrano degli appena-appena. La vita vera non avviene là dove si compiono i grandi cambiamenti esteriori, là dove gli uomini vengono a trovarsi gli uni di fronte agli altri, e lottano e si uccidono a vicenda, ma solamente nella dimensione di quell’appena-appena, in cui compiono mutamenti differenziali.” Lew Tolstoj.

di Maurizio Rompani
Ho appena finito di leggere un bel libro di Pino Petruzzelli “ Gli ultimi “. Una raccolta di incontri e di colloqui con coloro che tutti noi con miopia, ma anche e soprattutto con ipocrisia, chiamiamo proprio gli ultimi. Fra gli altri vi è quello con Zeidan, muratore palestinese alla perenne ricerca di un lavoro fra la Gerusalemme israeliana e quella palestinese, che deve ogni giorno guadagnare il mangiare per i propri figli; uno straordinario momento di serenità in una terra dove la violenza e il rancore hanno una loro quotidianità. Una frase mi ha colpito “ Molti palestinesi continuano ad avere buone relazioni con gli ebrei. Se fossimo lasciati liberi di parlarci, vivremmo senza problemi. Però su dieci milioni di persone ci sono diecimila delinquenti, tra ebrei e palestinesi, che non vogliono una vita pacifica perché come politici non valgono niente e in un paese democratico sarebbero spazzati via da politici seri. Per conservare il loro potere non possono fare altro che ricorrere alla violenza.
Mi ha colpito questa frase, una frase semplice, detta da una persona semplice. Mi ha colpito perché in essa vi è una fotografia della nostra vita quotidiana, ma soprattutto della nostra rassegnazione ad accettare come esempio e guida ciò che in fondo sappiamo che è sbagliato. A differenza di chi veramente vive nel bisogno quotidiano, di chi la povertà la soffre nel concreto di tutti i giorni e che sa che non bisogna mai esaltarsi troppo quando le cose sembrano andare per il meglio, né abbattersi troppo quando sembrano precipitare, noi siamo soddisfatti di poter salire sul palcoscenico ad urlare le nostre paure. Probabilmente in molti casi il nostro timore della povertà è in realtà solo la paura di perdere il nostro status di privilegiati in un mondo che di privilegiati ne ha pochi. Ed allora eccoci credere che l’essere privilegiati sia in fondo mantenere le regole del gioco. Un gioco che ci vuole sulle gradinate del Colosseo ad applaudire chi fa della propria pruriginosa carità una leva per alzare lo share di una trasmissione, ad esaltare o condannare solo sulla spinta della emotività e non del ragionamento, ad inneggiare a chi ci regala benessere inesistente, a disprezzare chi ci vuole insegnare a raggiungere quel benessere con le nostre capacità.
Forse dovremmo cominciare a capire che non è chi fino ad ora ci ha usato per affermarsi che ci può insegnare qualcosa, ma che sono proprio gli ultimi che noi disprezziamo. Ad esempio ci possono spiegare, quanto ne abbiamo necessità, che la povertà più che di carità, ha bisogno di un aiuto per risollevarsi senza dover perdere la propria dignità. Come ha detto lo scrittore Moahamed Choukri “ Credo che soccorrere un paese o chi ha bisogno, significhi soprattutto aiutarlo a non avere più bisogno degli altri. Quanti prosperano sulla povertà?”
Quanti anche da noi vedono nel permanere del bisogno degli altri l’unica possibilità per giustificare la propria esistenza? Sembra quasi che abbiamo paura di affermare la nostra dignità, di tenere alta la testa anche quando la vita picchia forte. Non cerchiamo sempre gli esempi da seguire guardando in alto, dimenticando che è proprio nella semplicità del quotidiano che sta la vera ricchezza. Nella vita arriva il momento di dire basta, anche se all’inizio ci sembra di perdere qualcosa, esaltare il nostro voler vivere e non accontentarsi più del loro farci sopravvivere, questo dobbiamo dire ai diecimila di cui parla Zeidan. Non accettare più le regole di un gioco che non ci vedrà mai vincitori, ma che ci vedrà sempre oggetti e mai soggetti.
Il nostro essere superiori rispetto a loro si manifesterà non nel cercare la sicurezza di una vittoria confezionata , ma nel avere  la possibilità di vincere. Anzi, nell’avere la possibilità di farli perdere. Sarà molto più divertente.