ISTINTO E IMPRESSIONI- Nave e neve

di Maurizio Rompani

Per Kant, dire di qualcuno che possiede una volontà buona vuol dire, in realtà, che agisce puramente e semplicemente per rispetto del dovere e non soltanto conformemente al dovere. Il dovere puro al centro stesso della concezione kantiana, è un’autentica rivoluzione nella misura in cui rompe con una lunga tradizione che dà la priorità al bene o alla felicità: è nell’idea del dovere che risiede il principio supremo della moralità.
Egli attribuisce un significato originale al termine dovere: esso non è subordinato a scopi o risultati auspicati, non è condizionale, ipotetico: si impone a tutti senza condizione. Per Kant il dovere è assoluto, è categorico,. Ma soprattutto non è imposto dalla società o da un’altra autorità esterna .
In realtà siamo noi a metterci volontariamente sotto la sua tutela. Ciò che si evidenzia quando agiamo per dovere , e non soltanto conformemente al dovere, non è certo la nostra sottomissione a una autorità esterna, ma la nostra libertà, la nostra autonomia razionale, la nostra capacità di liberarci da alcune determinazioni induttive, in particolare dalle nostre inclinazioni o dai nostri desideri immediati. Il dovere è costrittivo solo in virtù della sua forma razionale, associa libertà e costrizione in modo complesso.
Fatte queste brevi considerazioni, proviamo a rileggere due fatti recenti, attuali della nostra cronaca italiana: il naufragio della nave Concordia e l’emergenza neve, specificatamente nella capitale. Due episodi in cui tragedia e commedia si sono uniti, secondo una metodologia ormai fisiologica per il nostro Paese, incapace di abbandonare l’esagerazione, la voglia spasmodica della prima fila, il frastuono. Che hanno riaffermato l’ impossibilità di essere una nazione adulta, con il perenne vizio di credere che la generosità e l’eroismo dei singoli possano sostituire la mancanza di uno spirito unitario. Che hanno odiosamente rimarcato la nostra abitudine ossessiva di apparire sui media, un vero e proprio “marcare il territorio” a cui troppe volte in televisione abbiamo recentemente assistito, fatto con meno dignità rispetto a quegli animali cui madre natura ha dato tale istintivo comportamento.
Due momenti che hanno un comune minimo denominatore, lo stesso di gran parte della nostra storia recente: la mancanza del senso del dovere, o meglio lo svuotamento totale di significati e valori che anno dopo anno abbiamo fatto ai danni di questa parola. Il concetto del dovere dell’ormai mitico Capitano Schettino o dei nostri politici e amministratori spazzaneve, inizia da molto lontano: dalla madre che fin dalle scuole elementari difende i comportamenti sbagliati del figlio rispetto ai giudizi negativi della maestra, mortificandone ruolo e autorità. Nasce dall’abitudine sempre maggiore di ricorrere al TAR per inseguire promozioni immeritate o far cancellare sanzioni giuste, dal cercare sempre scuse ai nostri sbagli ed errori attribuendoli agli altri o alla casualità, rifiutando qualunque nostra responsabilità. Il parcheggiare in seconda fila bloccando i mezzi pubblici, non è diverso dall’ evadere le tasse, entrambi sono comportamenti che antepongono la propria soddisfazione e il proprio interesse al bene della comunità. Il nostro concetto di dovere è proprio quello che ci ha sempre portato a convivere, se non a guardare con simpatia e invidia, con l’evasore. La dimostrazione è che solo quando questo comportamento criminale ci ha colpito direttamente nelle nostre tasche abbiamo protestato. Anche in questo caso chi evade è colpevole di abbassare il nostro tenore di vita, non di compiere un reato contro la comunità a cui apparteniamo, non di non fare il suo dovere di cittadino.
Un concetto di dovere tutto italiano che ha un doppio significato. Per l’altro coincide con obbligo e responsabilità personale, per noi con il nostro tornaconto personale e soprattutto con i nostri diritti che, non necessariamente,anzi molto raramente, si identificano con quelli della comunità cui apparteniamo.
Fino a quando non comprenderemo che il Capitano della Concordia non è altro che uno di quei sempre più numerosi italiani che guidano e parcheggiano senza rispetto degli altri, a cui hanno comprato una macchina un po’ più grande con cui pavoneggiarsi, che il Sindaco di Roma che si autoassolve a priori non è diverso alla mamma che da la colpa alla maestra per gli errori del proprio figlio, non interromperemo mai questo modo di concepire la società.
Fino a quando non comprenderemo che l’etica è il dovuto da ciascuno a tutti, quel qualcosa che consente all’individuo di gestire adeguatamente la propria libertà nel rispetto degli altri, non una medaglietta o un codice da appendersi al collo. Fino a quando non capiremo che si fonda sui concetti di dovere e responsabilità e non sull’esibizione mediatica, sarà molto difficile essere un Paese migliore. Sempre che quello che abbiamo non sia, alla fine, proprio quello che preferiamo.