“C’era una volta un lavoro…”

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di Nicol Garutti

Articolo 1 della Costituzione. “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.
Se analizziamo la situazione attuale, con una disoccupazione giovanile pari al 30,1%, potremmo quasi dire che, per quanto riguarda i giovani che decidono di intraprendere la carriera universitaria o di entrare nel mondo del lavoro, l’Italia è una Repubblica fondata sulle possibilità economiche della propria famiglia e, se tutto va bene, di tanto in tanto sul lavoro.
Come ben tutti ormai sanno, gran parte dei giovani laureati sono costretti ad accontentarsi di un posto di lavoro precario, che non soddisfa né le loro aspettative lavorative, né i desideri dei loro genitori, che il più delle volte fanno sacrifici per investire nella formazione dei figli.
A proposito di sacrifici, figli e lavoro, è curioso ricordare una sentenza della Cassazione del 29 giugno 2011, che costringe i genitori a continuare a versare un assegno di mantenimento per i figli maggiorenni, anche nel caso in cui i ragazzi abbiano trovato un lavoro con regolare contratto a tempo indeterminato. A sancire che l’obbligo di versare la somma per il mantenimento permane, basta che l’occupazione sia inadeguata rispetto alle aspettative del figlio. Il posto di lavoro deve infatti essere adeguato al titolo di studio conseguito da quest’ultimo. La parola chiave in tutto questo, è proprio “aspettative”. Cosa ci si può aspettare da una società che esalta la flessibilità lavorativa come eufenismo per indicare con termini diversi la precarietà? Molti giovani vedono dinanzi a sé un futuro privo di certezze, con l’aspettativa di continui cambiamenti lavorativi, senza l’acquisizione di una definitiva identità professionale. Come può essere credibile una sentenza come quella presa in esame? Se ad oggi risulta praticamente impossibile trovare un lavoro, figuriamoci trovare un lavoro che soddisfi le proprie aspettative e che, per di più, sia inerente al titolo di studio posseduto. Ci si trova quasi costretti a mantenere i propri figli anche dopo gli studi perché, volenti o nolenti, la possibilità di trovare un lavoro che davvero li appaghi o che, perlomeno, li faccia sentire un minimo realizzati è quasi inesistente. L’età pensionistica aumenta, così come aumenta la disoccupazione e, di conseguenza, l’insoddisfazione collettiva. Durante un esame, di fronte ad una domanda di cui non si conosce la risposta, si può anche cercare di improvvisare. Ma quando ci si sente chiedere cosa vorremmo fare dopo la Laurea, verrebbe da rispondere: “Cosa vorrei fare è una cosa, cosa dovrò accontentarmi di fare è un’altra”.