In vigore la nuova direttiva sul diritto d’autore

Il testo introduce novità su durata della protezione dei diritti
di Federico Unnia
Una protezione livellata ai termini vigenti negli altri Paesi, Stato Uniti in primo luogo, ma anche Brasile. E’ questo un primo significativo effetto della nuova direttiva 2011/77/UE approvata lo scorso 27 settembre 2011 ed entrata in vigore nei giorni scorsi a seguito della pubblicazione sulla gazzetta della Unione Europea. Qual è la genesi di questa direttiva? La direttiva – come noto – nasce dall’esigenza di modificare la direttiva 2006/116/CE che riguarda i termini di durata di alcuni diritti connessi al diritti d’autore. Nel tempo la disparità di trattamento tra gli artisti europei e, ad esempio, la tutela di 95 anni accordata in USA o 70 anni in Brasile cominciava a costituire un evidente problema. La tutela delle produzione europea e dico anche italiana, costituita da molte registrazioni che hanno fatto la storia della musica necessitava dunque di un aggiornamento. Senza sottovalutare che il regime dei cinquant’anni era diventato insufficiente a proteggere le esecuzioni per tutto l’arco della loro vita. La direttiva prevede una serie di integrazioni modifiche agli articoli 1, 3, 10 e prevede un art. 10 bis. La normativa dovrà essere recepita a livello nazionale entro il 1 novembre 2013.
Tra i punti più significativi del testo, composto di appena 5 articoli che s’inseriscono, emendandolo, nel testo della previgente Direttiva 2006/116/CE, a parte ovviamente l’estensione a 70 anni della tutela, che sicuramente riduce il gap con altre legislazioni. Devono essere evidenziate le misure di accompagnamento che hanno caratterizzato questa direttiva. Il primo luogo la costituzione di un fondo di almeno il 20 per cento sui ricavi del produttore che dovrà essere accantonato per remunerare quegli artisti che hanno ceduto i propri diritti al produttore in cambio di una cifra fissa. In secondo luogo la previsione di una misura cosiddetta “tabula rasa”, ovvero di una nuova royalty per il periodo di estensione da corrispondersi agli artisti indipendentemente dalle royalty negoziate contrattualmente nel passato. Infine, il terzo punto, che stabilisce il diritto per l’artista di risolvere il contratto qualora, decorsi i cinquant’anni dalla pubblicazione il produttore non commercializzi, in forme fisica o digitale un certo numero di copie.
Qual è la dimensione del fenomeno cui si riferisce questa nuova disciplina? Secondo Enzo Mazza, Presidente FIMI – Federazione industria musicale italiana, impegnata in prima persona nel lavoro di adeguamento della nuova disciplina “Parliamo di importanti registrazioni degli anni sessanta di artisti come i Beatles a livello internazionale, ma anche Mina e Celentano a livello nazionale. Dietro questa punta dell’iceberg vi sono poi centinaia di artisti i cui diritti sono in scadenza”.
Con questi nuovi accorgimenti il testo della nostra disciplina sul diritto d’autore compie un altro significativo passo nella direzione di un’integrazione migliore tra le esigenze degli autori e le nuove modalità di utilizzo e fruizioni delle opere protette dal diritto d’autore. Quali altri punti della normativa vigente dovrebbero essere riveduti? Allo stato attuale si parla sempre più spesso della necessità di adeguare la normativa sul diritto d’autore ai mutati scenari tecnologici. Anche il presidente di Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni, Corrado Calabrò lo ha ripetuto recentemente in un’audizione parlamentare. Bisogna tuttavia intendersi su cosa vuol dire inadeguatezza della norma perché se guardiamo al settore della musica, l’attuale disciplina internazionale o italiana, con le opportune modifiche intercorse negli anni, è stata ampiamente in grado di rispondere all’evoluzione dei modelli di business. “Con l’attuale normativa sono nati Itunes, YouTube, Spotify, lo streaming basato sulla pubblicità e altre innovazioni come la nuvola di Apple. Diversi sono gli scenari riguardanti lo sviluppo dell’e-commerce o il contrasto alla pirateria online che devono vedere una maggiore collaborazione degli ISP, ma in questo caso si fa riferimento alla direttiva sul commercio elettronico e non il diritto d’autore” conclude Mazza.