RADIO “Speaker”?!? Meglio… “Conduttore” Oppure… “Talento”!

di Claudio Astorri

tratto da www.astorri.it

Le parole hanno un valore e soprattutto un senso. Quella di “speaker” abbinata a chi conduce in radio non mi ha proprio mai convinto, non mi è mai proprio piaciuta. Ho sempre difeso le parole “Conduttore”, “Talento” oppure “Personalità” per definire la funzione di chi è al microfono, che si trattasse di una radio di flusso o di programmi. Ottengo un po’ di giustizia da Google Immagini: quando si digita “radio speaker” giustamente arriva in visione una sfilza di oggetti altoparlanti in tutte le salse. E’ la conferma che la parola “speaker” identifica prima un suppellettile che una funzione sociale rilevante quale quella di intrattenere il pubblico; oppure identifica il solo concetto che un essere umano sia parlante e ciò è davvero troppo poco per poter essere interessante.
L’atteggiamento di chi predlige la funzione “speaker” è chiara; c’è la convinzione che le regole, che la tecnica e che la disciplina siano moltissimo se non tutto. Molto spesso ciò nasce dalla convinzione che la propria voce, la propria meravigliosa voce, sia già il sufficiente passaporto per il mondo e per lauti compensi. Sbagliato, gravemente sbagliato. Chi lavora sul “talento” sa invece e, meglio, sente invece che si deve mettere al centro il “progetto di personalità” del talento e che non ci sono regole se non quelle che aiutano l’obiettivo dato.
Questa apparente disquisizione filologica è propedeutica ad introdurre in realtà una breve riflessione sulla situazione della conduzione di oggi nella radiofonia della più difficile crisi che il Paese abbia conosciuto da 65 anni a questa parte. La mia percezione dalle tante telefonate di scambio con i “conduttori” della radiofonia tutta è che vi sia ancora il mito delle radio nazionali e che si pensi diffusamente che la conquista di una posizione nell’Olimpo avvenga essenzialmente se non esclusivamente per conoscenze. E si pensa anche erroneamente che Claudio Astorri possa essere un utile strumento di conoscenze per l’obiettivo. Giammai. Vorrei sfatare il “mito” ma soprattutto l’equivoco per il quale la conoscenza, anche mia, risolverebbe la necessità di lavorare sul proprio talento e su sè stessi per approdare ad un “posto sicuro”. Aaagh!

Dopo la gravissima carenza del sentirsi “speaker” (bleah…) i talenti italiani hanno in comune un altro difetto da rettificare: non si preparano. Non che non leggano qualcosa prima di andare in onda, ma questo non è prepararsi. Lo “Show Prep” è un atteggiamento culturale, una palestra creativa che serve a cimentarsi con la propria mente e il proprio talento prima di andare in onda. Fare “Show Prep” vuol dire tra l’altro identificare i contenuti dei propri interventi molto prima dell’andare in onda e soprattutto creare valore con la “chiusa” o con la “originalità” della propria visione da offrire al pubblico. Ripeto, molto prima dell’onda! Vuol dire pensare a come comunicare nel modo più efficace e poi farlo senza testo da leggere. Quanti “speaker” ahimè che si sentono in effetti nella FM. Muovete l’anima, mettetela in cammino!

L'”Aircheck” dopo il programma è un altro indicatore di professionalità che può indicare che qualcuno, si spera il conduttore, stia lavorando e voglia lavorare sulla sua crescita di personalità. E’ uno specchio, quello proprio più fastidioso da cui gli “speaker” rifuggono per mantenersi nel loro finto perfezionismo. E’ uno specchio difficile perchè riascoltarsi non è mai bello, si hanno mille motivi per non piaciersi e solo raramente sembrano essere maggiori le motivazioni della buona performance. E’ duro tutto ciò ma è l’unico modo con cui uno “speaker” possa trascendere in un talento. Chi conduce l’Aircheck deve possibilmente essere gradito a chi si sottopone, è un trattamento anche psicologico delicato, non assimilabile a pubblicazioni miracolistiche vendute via WEB.

Show-Prep, Aicheck. Quanta qualità vi sarebbe in più nella nostra FM. Soprattutto più talento e molte meno parole. Meno “speaker”, più “feeling”.