Informazione, momento critico

Intervista a Gianpietro Mazzoleni, Professore Ordinario di Comunicazione Politica, Università Milano Bicocca

di Federico Unnia

Dalla qualità dei servizi informativi, alle tendenze future della professione giornalistica. Dall’influenza che la politica da sempre esercita sui media tv, alla gara per le l’assegnazione dei multiplex. Questo lo scenario che tratteggia il rapporto I media digitali in Italia, presentato oggi a Milano e realizzato dall’Open Society Foundations (Fondazione Soros). Il capitolo italiano è stato redatto dai curatori Giampietro Mazzoleni e Giulio Vigevani e dal ricercatore Sergio Splendore.
Una situazione che se per un verso presenta qualche spunto positivo come la ricchezza dell’informazione on line, sul versante Rai è ancora grigio.
Ne abbiamo parlato con il prof. Gianpietro Mazzoleni, Professore Ordinario di comunicazione politica all’Università Bicocca di Milano.
Professore qual è lo stato di salute dell’informazione in Italia?
L’informazione italiana è al pari della politica e dell’economia in una fase critica, di transizione verso approdi di cui è ancora difficile scorgere i contorni.  Nel complesso non mostra grande salute, e non da oggi.  La débacle del TG1 e del suo direttore ne è una spia emblematica, ma anche la carta stampata non naviga in buone acque. I  lettori in calo cronico da anni, in fuga verso il web, i giornali sovvenzionati dalle provvidenze governative temono di chiudere, in crisi è la stessa funzione giornalistica come l’abbiamo conosciuta da sempre, assediata dai social network e dal giornalismo fai da te.  Può essere una – magra – consolazione che alcuni di questi fattori sono simili a quelli osservabili in altri contesti socio-politici.  Ma la vera malattia dell’informazione italiana è l’essere (da sempre) troppo contigua alla politica.  Finché non se ne affranca sarà sempre affetta dai sussulti della politica.  Che si prospettano epocali nei prossimi tempi.
Quali sono i maggiori rischi e opportunità derivanti dalla digitalizzazione?
Il digitale ha cambiato il mondo in cui viviamo e la vita che conduciamo.  Con maggiore o minore fatica ci stiamo adattando.  Anche l’informazione deve adattarsi alle logiche tipiche del digitale, buone e cattive, entrambe non sempre gradite ai giornalisti.  Che si dividono tra pessimisti e ottimisti.  Ma è inutile rimpiangere il tempo che fu quando erano loro soltanto ad esercitare il potere della selezione e della certificazione di autenticità.  Oggi devono sapere cogliere la sfida che viene dal web e rinnovare mentalità, professionalità e routine produttive.  Le opportunità sono immense, a condizione che non ci si incaponisca a voler sostenere che il giornale a stampa deve rimanere quello e come è nei secoli futuri.  L’era Gutenberg è finita.
Quali interventi normativi si rendono a sua giudizio quanto mai necessari?
Bisogna distinguere tra informazione pubblica e informazione commerciale.  Quella pubblica dev’essere chiamata a rispondere a dettati di natura normativa che garantiscono il pluralismo e le minoranze.  Almeno finché ci sarà il canone che pagano i cittadini.  L’informazione commerciale non ha bisogno di nuove norme e l’autoregolamentazione è di gran lunga preferibile a lacci e lacciuoli di qualsiasi genere.  Saranno i lettori a decretarne il successo o la chiusura.  Tanto meno l’informazione via web, che dev’essere lasciata libera.  E’ una inedita ulteriore garanzia di democrazia, specialmente in un sistema mediatico-politico come quello italiano.  Vedo tuttavia inattuabile una qualsivoglia restrizione dell’informazione via web.  Ormai il popolo della rete, nuova forma di società civile, è talmente forte che travolgerebbe qualsiasi partito o governo che incautamente volesse mettere il bavaglio.  Come difatti è già avvenuto.