di Umberto Labozzetta
Dai negozi d’importazione e dai mixtape artigianali agli algoritmi di oggi: quando la musica era una conquista da andare a cercare. Una mia riflessione che condivido su cosa abbiamo guadagnato in comodità e cosa abbiamo perso in brivido.
C’è una riflessione che attraversa indenne il tempo e che inchioda il presente della fruizione musicale: “Oggi che è tutto disponibile non ci rendiamo conto, ma allora andavi ed era una scoperta. Quelli sono stati gli anni del wow”.
A fotografare quell’epoca d’oro – in cui il DJ era un pioniere armato di vinili d’importazione acquistati a scatola chiusa e in cui la musicassetta “fatta in casa” era l’antenata analogica e anarchica dello streaming – è la memoria di chi ha fatto la storia della consolle e della radio. Lo specchio con l’attualità impone un bilancio che va oltre la semplice amarcord. Film come Mixed by Erry di Sydney Sibilia hanno provato a riaccendere i riflettori su quell’epopea artigianale e sognatrice della pirateria e dei mixtape, ma alla prova dei fatti quell’immaginario è rimasto confinato in una simpatia nostalgica, incapace di incidere davvero sul presente.
Il punto non è fare i nostalgici di un passato analogico che nessuno rimpiange sul piano logistico (le vagonate di supporti fisici trascinate da un locale all’altro sono fortunatamente un ricordo superato dai file), quanto interrogarsi sul cortocircuito del nostro tempo. Oggi i cataloghi sterminati delle piattaforme digitali mettono l’intera storia della musica mondiale a un centimetro dal nostro pollice. Eppure, a fronte di una disponibilità infinita, la conseguenza è un appiattimento emotivo: c’è tantissima musica orecchiabile, ma pochissima che resti davvero scolpita nella memoria collettiva.
L’errore comune è confondere la democratizzazione dell’accesso con la democratizzazione del valore. Negli anni d’oro dei pionieri della consolle, ascoltare qualcosa di nuovo richiedeva un investimento: bisognava scovarlo, rischiare il soldo su un disco importato, attenderlo, farlo proprio. Quella fatica forgiava il gusto e rendeva il consumo un atto identitario.
Oggi l’algoritmo ci nutre di flussi perfettamente profilati che azzerano la sorpresa. Il problema non è la tecnologia in sé, quanto la delega totale del proprio orizzonte di ascolto a un codice che premia la prevedibilità, riducendo la musica a un sottofondo rassicurante e onnipresente. Quando tutto è a portata di mano, l’attesa scompare; e senza attesa, l’epifania dell’ascolto evapora.
La risposta per la filiera di oggi – dagli editori ai curatori, passando per la radiofonia e gli stessi artisti – non sta nel rimpiangere il vinile, ma nel riprendersi lo spazio della scelta autoriale. L’intelligenza artificiale e le playlist di flusso offrono comodità, ma il futuro della musica forse potrà salvarsi ricostruendo quel fattore “wow” che la scorciatoia digitale ha anestetizzato.
Perché avere tutto a disposizione, senza la chiave per decodificarlo, è il modo più efficace per non ascoltare più niente.


