di Mario Modica
C’è stato un momento, neppure troppo lontano, in cui davanti all’intelligenza artificiale sembravamo tutti bambini davanti a un giocattolo nuovo.
Scriveva. Disegnava. Creava immagini. Riassumeva documenti. Rispondeva alle domande. Costruiva presentazioni. Componeva musica. E ogni settimana sembrava capace di fare qualcosa che la settimana precedente consideravamo impossibile.
La domanda era quasi sempre la stessa: “Hai visto cosa riesce a fare?”
Oggi, forse, la domanda sta cambiando.
Sta diventando: “Sì, ma fino a dove vogliamo lasciarla arrivare?”
È questa, almeno, la sensazione che emerge dall’ultimo Radar SWG. E trovo che sia molto più interessante del solito dibattito, spesso ideologico, tra entusiasti dell’intelligenza artificiale e suoi detrattori.
Perché gli italiani non sembrano voler spegnere le macchine.
Sembrano semplicemente avere cominciato a guardarle con occhi diversi.
Dall’entusiasmo alla consapevolezza
I numeri raccontano bene questo cambiamento.
Nel 2020 il 68% degli intervistati aveva complessivamente un’opinione positiva dello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Nel settembre 2026 siamo scesi al 49%.
Parallelamente, l’area delle valutazioni negative o preoccupate è salita dal 23% al 45%.
Non siamo ancora di fronte a un rifiuto dell’AI. Ma il divario fra entusiasmo e diffidenza, come osserva la stessa SWG, si è ormai fortemente assottigliato.
Ed è proprio qui che, a mio giudizio, comincia la parte più interessante.
Perché nel frattempo l’intelligenza artificiale è uscita dai convegni degli specialisti ed è entrata nella vita quotidiana.
È dentro i motori di ricerca, negli smartphone, nelle aziende, nelle redazioni, nella pubblicità, nel marketing, nella produzione di immagini e video. Comincia a entrare persino nei processi attraverso i quali scegliamo cosa acquistare.
Non stiamo più discutendo di una tecnologia che potrebbe arrivare.
È già arrivata.
Otto italiani su dieci vedono un rischio reale
C’è un altro numero del Radar che dovrebbe farci riflettere.
SWG ha sottoposto agli intervistati quattro possibili scenari: un’AI che accede senza autorizzazione a reti e dati; che aggira le indicazioni degli esseri umani per raggiungere un obiettivo; che realizza autonomamente attacchi informatici; oppure che contribuisce allo sviluppo di sistemi successivi sempre più potenti.
A seconda dello scenario, tra il 76% e l’80% degli intervistati considera questi rischi già concreti oppure plausibili nel prossimo futuro.
Possiamo discutere se queste paure siano proporzionate alle possibilità tecnologiche attuali. Ma sarebbe un errore liquidarle semplicemente come paura del nuovo.
Per chi lavora nella comunicazione, quel dato dice soprattutto una cosa: la fiducia è destinata a diventare una delle grandi questioni dell’intelligenza artificiale.
Non basterà più dimostrare quello che l’AI sa fare.
Bisognerà spiegare perché lo fa, con quali dati, secondo quali regole e sotto la responsabilità di chi.
Gli italiani non vogliono fermare il futuro
E qui arriva, secondo me, il risultato più maturo della ricerca.
Quando viene chiesto se sia necessario rallentare la corsa all’intelligenza artificiale, il 46% risponde che lo sviluppo deve continuare, ma accompagnato da controlli e regole più rigorosi.
Il 21% ritiene invece necessario rallentare anche a costo di perdere terreno rispetto alla Cina; il 15% arriverebbe a fermare temporaneamente gli sviluppi più avanzati. Soltanto il 5% sostiene che nella competizione globale non possiamo permetterci di rallentare, per quanto rischioso possa essere.
Mi sembra un messaggio piuttosto chiaro.
Non abbiamo paura del progresso. Abbiamo paura del progresso senza responsabilità.
Ed è una differenza enorme.
Di chi ci fidiamo?
C’è infine un dato che mi ha colpito particolarmente.
Se un giorno fosse necessario stabilire che un nuovo sistema di intelligenza artificiale è troppo rischioso per essere sviluppato o diffuso, a chi vorremmo affidare la decisione?
Il 30% indica organismi scientifici e tecnici indipendenti. Seguono l’Unione Europea con il 17%, un organismo internazionale che comprenda anche Stati Uniti e Cina con il 15% e le istituzioni pubbliche nazionali, anch’esse al 15%.
Alle stesse aziende che sviluppano l’intelligenza artificiale affiderebbe questa responsabilità soltanto il 6%.
Forse è proprio questo il numero sul quale dovrebbe interrogarsi maggiormente l’industria tecnologica.
Perché si possono costruire modelli sempre più potenti, veloci e sofisticati. Ma la fiducia non si programma con un algoritmo.
Si conquista.
Anche noi della comunicazione dovremo cambiare domanda
Per anni abbiamo discusso soprattutto di ciò che l’intelligenza artificiale avrebbe potuto fare al nostro mestiere.
Sostituirà i copywriter? Farà le campagne pubblicitarie? Scriverà gli articoli? Produrrà gli spot? Sceglierà i media? Creerà le immagini?
Sono domande legittime.
Ma forse stiamo entrando in una fase diversa.
La questione non sarà più soltanto quanto lavoro potremo affidare all’AI, ma quanta responsabilità saremo disposti ad affidarle.
E soprattutto quanto saremo trasparenti nel raccontarlo alle persone.
Perché la tecnologia corre velocemente, molto più velocemente delle abitudini, delle regole e probabilmente anche della nostra capacità di comprenderne fino in fondo le conseguenze.
Il Radar SWG ci dice però una cosa che considero positiva: gli italiani non sembrano chiedere di tornare indietro. Chiedono di andare avanti sapendo dove stiamo andando.
E forse, dopo l’ubriacatura iniziale dell’intelligenza artificiale capace di fare qualsiasi cosa, questa diffidenza non è il segnale di una società che ha paura del futuro.
È il segnale di una società che ha cominciato a prenderlo sul serio.


