Abbiamo perso il gusto dell’attesa

Tutto deve arrivare subito: una notizia, una risposta, un acquisto, perfino un’emozione. Ma nell’epoca dell’istantaneità rischiamo di dimenticare che proprio l’attesa rendeva importanti molte delle cose che desideravamo.

di Mario Modica

C’è stato un tempo in cui sapevamo aspettare.

Aspettavamo una lettera, una telefonata, l’uscita di un disco, il nuovo numero di una rivista. Aspettavamo che alla radio trasmettessero la canzone che ci piaceva e, quando finalmente arrivava, cercavamo in fretta il tasto giusto per registrarla su una musicassetta.

Aspettavamo le fotografie delle vacanze, consegnando il rullino al fotografo senza sapere se quelle immagini fossero venute bene. Aspettavamo una settimana per rivedere una trasmissione televisiva e un giorno intero per leggere sul giornale il racconto di ciò che era accaduto.

Non era tutto migliore. Era semplicemente diverso.

L’attesa, però, aveva una funzione che oggi sembriamo avere dimenticato: aumentava il valore delle cose.

Oggi tutto deve essere immediato. La notizia deve arrivare mentre accade, la risposta a un messaggio deve comparire dopo pochi secondi, un prodotto ordinato deve essere consegnato possibilmente nella stessa giornata. Anche le emozioni sembrano dover rispettare i tempi delle piattaforme: brevi, veloci, pronte a essere sostituite da qualcos’altro.

Abbiamo conquistato una velocità straordinaria, ma non sempre sappiamo che cosa farcene.

Il mondo della comunicazione vive dentro questa accelerazione. Ogni giorno aziende, giornali, televisioni, radio, agenzie e creator combattono per pubblicare prima degli altri. Si rincorrono tendenze che spesso durano meno del tempo necessario per comprenderle. Si producono contenuti destinati a essere superati, dimenticati o sepolti nel giro di poche ore.

L’urgenza è diventata la regola, anche quando non c’è nulla di veramente urgente.

E così una campagna pubblicitaria non ha più il tempo di entrare nell’immaginario. Una notizia viene commentata prima ancora di essere verificata. Una canzone viene consumata in pochi giorni. Una serie televisiva viene vista tutta in una notte e dimenticata la settimana successiva.

Perfino le persone sono sottoposte alla stessa logica: devono essere immediatamente interessanti, brillanti, disponibili e riconoscibili. Non concediamo più loro il tempo di farsi conoscere.

Non credo che la soluzione sia rimpiangere il passato o rinunciare agli strumenti che hanno reso la nostra vita più semplice. La velocità ci permette di informarci, comunicare e lavorare come non era mai stato possibile. Il problema nasce quando da opportunità diventa obbligo e quando tutto ciò che richiede tempo viene considerato automaticamente vecchio, inefficiente o inutile.

Ci sono pensieri che hanno bisogno di sedimentare. Ci sono parole che acquistano senso soltanto dopo una pausa. Ci sono rapporti che non possono nascere attraverso una successione di notifiche. E ci sono storie che meritano di essere raccontate con il tempo necessario, senza inseguire per forza il risultato immediato.

Anche la buona comunicazione ha bisogno dell’attesa.

Le campagne rimaste nella memoria non chiedevano soltanto un clic: costruivano familiarità, curiosità e desiderio. Le trasmissioni più amate diventavano appuntamenti perché tra una puntata e l’altra esisteva uno spazio nel quale immaginare, discutere e aspettare. La radio ci ha insegnato proprio questo: non sempre scegliere ciò che ascoltare, ma lasciarsi sorprendere dalla canzone che arriva al momento giusto.

Forse il vero lusso del nostro tempo non è avere tutto e subito. È poter scegliere di fermarsi.

Rimandare una risposta per trovare le parole corrette. Leggere un articolo fino alla fine. Ascoltare una persona senza guardare lo schermo. Lasciare che un’idea maturi prima di trasformarla in un post. Recuperare il piacere di desiderare qualcosa senza pretendere che si realizzi immediatamente.

Abbiamo eliminato quasi tutte le attese dalla nostra vita, convinti che fossero soltanto tempi morti. Forse non lo erano.

Forse era proprio in quei momenti sospesi che imparavamo ad attribuire un valore alle cose. E forse, per tornare a comunicare davvero, dovremmo ricominciare da lì: dal silenzio tra una parola e l’altra, dallo spazio tra il desiderio e la sua realizzazione.

Dal gusto, ormai raro, di saper aspettare.