I vertici di New York Times, The Atlantic e altri gruppi editoriali chiedono regole e compensi per l’utilizzo dei contenuti. L’industria dell’informazione non rifiuta l’IA, ma contesta lo sfruttamento delle opere giornalistiche senza autorizzazione.
L’intelligenza artificiale rappresenta uno strumento dal quale il giornalismo non può più prescindere, ma il suo sviluppo rischia di destabilizzare l’economia dell’informazione se i contenuti editoriali continueranno a essere utilizzati senza regole e senza compensi adeguati.
È l’allarme lanciato da alcuni importanti dirigenti dell’industria americana dei media durante il primo Status Summit, che ha riunito rappresentanti della stampa, dell’editoria digitale e del sistema radiotelevisivo.
Il confronto ha mostrato una posizione meno semplicistica della contrapposizione tra giornali e tecnologia. Gli editori riconoscono le opportunità offerte dall’IA nella produzione, nell’analisi dei dati e nella distribuzione dei contenuti, ma contestano il modo in cui alcune aziende tecnologiche hanno raccolto e utilizzato il lavoro giornalistico per addestrare i propri modelli.
Meredith Kopit Levien, amministratrice delegata del New York Times, ha usato parole molto dure nei confronti degli sviluppatori accusati di appropriarsi su larga scala della proprietà intellettuale. Nicholas Thompson, CEO di The Atlantic, ha sottolineato invece il rischio che l’intelligenza artificiale possa compromettere l’equilibrio economico sul quale si regge l’intero settore.
Il valore dei contenuti
La questione non riguarda soltanto il diritto d’autore. I sistemi generativi sono in grado di fornire risposte complete partendo dalle informazioni prodotte dalle testate, riducendo in alcuni casi la necessità dell’utente di visitare il sito originale.
Per gli editori ciò può significare meno traffico, minori ricavi pubblicitari e una crescente difficoltà nel finanziare il lavoro delle redazioni. Il paradosso è evidente: le piattaforme hanno bisogno di contenuti affidabili per migliorare le proprie risposte, ma il loro utilizzo può indebolire proprio le imprese che quei contenuti producono.
Alcuni gruppi hanno scelto la strada degli accordi commerciali con le società tecnologiche; altri hanno avviato azioni legali o introdotto limitazioni all’accesso automatico dei propri archivi.
Rimane però irrisolto il problema dei rapporti di forza. Anche per questa ragione gli editori chiedono da tempo la possibilità di negoziare collettivamente con le grandi piattaforme, superando i vincoli antitrust che rendono difficile presentarsi come un fronte comune.
Innovazione senza rinunciare ai diritti
Il settore dell’informazione non può limitarsi a difendere il modello precedente. L’intelligenza artificiale viene già utilizzata per trascrivere interviste, analizzare documenti, organizzare archivi, personalizzare prodotti e migliorare la distribuzione.
La linea indicata dai dirigenti dei media è quindi quella di un’adozione controllata: utilizzare la tecnologia nelle redazioni senza accettare che il lavoro giornalistico venga assorbito gratuitamente nei servizi offerti da soggetti esterni.
Il confronto investe anche la politica. Secondo la giornalista Kara Swisher, il rapido sviluppo dei sistemi generativi rende urgente un intervento capace di avvicinare il mondo tecnologico e quello delle istituzioni.
La posta in gioco non riguarda soltanto i bilanci degli editori. Se la produzione di notizie originali non riuscirà più a sostenersi economicamente, anche i sistemi di intelligenza artificiale finiranno per disporre di meno informazioni verificate dalle quali apprendere.
Editori e aziende tecnologiche sono quindi legati da una dipendenza reciproca. La sfida sarà trasformarla in una relazione trasparente, riconoscendo il valore economico e professionale dei contenuti sui quali si costruisce la nuova economia dell’intelligenza artificiale.


