Ode al vespasiano


12 febbraio 2019

   

di Maurizio Badiani

Adolf Loos, architetto viennese pioniere dell’architettura moderna, sosteneva che “si può misurare la cultura di un paese dal numero delle scritte che compaiono sui muri dei cessi”.

A quei tempi – siamo nella Vienna a cavallo di due secoli – chi era spinto dall’urgente bisogno di scrivere sconcezze doveva rifugiarsi nello spazio angusto e maleodorante di un gabinetto o di un vespasiano.

Oggi non è più così.Scomparsi i vespasiani, caduto il muro della decenza, per le irrefrenabili necessità scrittorie di orde di minus habens si sono aperte sterminate praterie di cemento su cui i Bardi nostrani fermano, e spesso firmano, sperando in un’effimera eternità, i loro  pensieri. Nella più parte dei casi si tratta di una sola parola, di solito breve ( lascio ai miei lettori di immaginarne qualcuna).

Maurizio Badiani

Maurizio Badiani

I più illuminati riescono a collegarne due. I nuovi Vati arrivano addirittura a inanellarne tre o quattro. Gli orrori di ortografia – magia della lingua –  spesso sono più numerosi delle parole usate. Mi chiedo quale profonda impellenza spinga questa orda di improvvisati scrittori a lasciare un segno, quasi sempre indelebile, sui muri delle nostre strade, sul volto dei palazzi e dei monumenti, sui cavalcavia delle autostrade.

Probabilmente un misto di protagonismo e di frustrazione: imbratto ergo sum, potrebbe essere la molla che spinge all’insano gesto i novelli Cartesi. Oppure il bisogno – è proprio il caso di dirlo – di “marcare un territorio”, come fanno i cani quando alzano la gamba contro il muro. Al posto dell’urina, la vernice di una bomboletta.

E per far questo non serve nemmeno una parola intera: basta una sigla, una Tag, come si dice in gergo.Una specie di moderno segno di Zorro, marchio di fabbrica del vendicatore di turno. Un’operazione tristemente solipsistica che non ha neppure la scusante del raptus d’amore: “Marina e Luigi sono stati qui” si leggeva una volta sulla corteccia dell’albero scalfito accanto all’immancabile cuoricino.

   

Scorrendo desolato la striscia ininterrotta delle variopinte brutture, a volte l’occhio si alza di qualche metro come a cercare un momento di quiete, un’oasi di riposo. Ed è qui che arriva il peggio: un 6×3 in cui le immagini si accavallano l’una sull’altra senza senso e disciplina, rubando ogni spazio a un titolo che rivendica invano il suo diritto all’esistenza. In cuor mio mi auguro che l’orrendo guazzabuglio non sia frutto di un’agenzia ma della velleità creativa di un cliente che ha sbrigato il compito affidandolo direttamente alla segretaria. Con un sospiro riporto l’occhio sulle tag colorate che si rincorrono più in basso. Sperando che in mezzo a tanta imbecillità sbuchi fuori almeno un parolaccia che mi faccia ridere.


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