La Panchina – Culto non sfogliato, voto conquistato


22 novembre 2016

di Pietro Greppi

La retorica si dovrebbe insegnare meglio e di più. Se si “tornasse” a diffonderne la pratica consapevole e un uso nobile e colto, potremmo fare tutti un passo avanti nella capacità individuale di elaborare argomentazioni, sviluppare spirito critico, costruire pensieri originali, opporre reciprocamente i propri argomenti a quelli dell’altro. Farebbe crescere il nostro Paese perché crescerebbero le capacità comunicative di ognuno.

Ma a che punto siamo? Indietro. Molto indietro! Solo per fare un esempio banale, ma che coinvolge milioni di individui, siamo immersi in un contesto che comunica in ogni dove, senza curarsi troppo del cosa e del come … e neppure del chi. I libri, da sempre deputati a veicolare il sapere, la riflessione e l’esercizio della fantasia, vengono oggi promossi dando risalto a dati tutt’altro che culturali. Vengono annunciati dando enfasi al numero di copie distribuite, … o per la notorietà degli autori … ma le storie, i contenuti, i messaggi … passano in secondo piano. L’obiettivo principale risulta sfacciatamente essere quello del fatturato prodotto da quel titolo. Non ci si cura abbastanza di sapere se i contenuti, una volta letti, varrà la pena trattenerli nella propria memoria al punto di farne tesoro e motivo del proprio accrescimento. Si è creata una specie di softculturalwashingradicalchic generata dall’idea che se sono poche le persone che leggono e si informano, sia sufficiente stampare più libri, più titoli … una mentalità che spaccia così per cultura qualunque testo ordinato, stampato e ben copertinato. Il libro è diventato soprattutto packaging, per la felicità di illustratori e grafici specializzati in “copertine”.

Se lo scrittore è anche famoso, si rafforza l’idea in chi lo propone di aver fatto il bene dell’umanità. E questa spinta ha dato lavoro a più ghost-writer che prestano la propria abilità di rendere commestibili storie altrimenti imbarazzanti.

Che molte persone comprino un libro non è certo un dato che possa trasmettere a quel prodotto uno spessore particolare. Eppure è questo il messaggio che passa. Librerie, biblioteche e locali di tendenza strabordano di libri che gli editori stampano a ciclo continuo. Migliaia di titoli per i quali il maggior interesse pare essere la tiratura, il numero di edizioni, la fascetta. Ma c’è differenza fra chi compra e chi legge. E fa la differenza anche cosa si legge.

Ci sono milioni di persone che arredano la casa di libri che non leggono.

Insomma anche il libro è diventato una merce da esibire o un oggetto di “culto non sfogliato”. Un culto che richiede ai praticanti solo l’acquisto di un “santino millefogli” per testimoniarne l’esistenza. Sono fin troppi i personaggi che si sentono in obbligo di pubblicare un libro solo perché godono della reiterazione del proprio nome e della propria immagine sui media. Persone che ci vengono sempre più spesso rappresentate addirittura come VIP, una sigla che viene attribuita con grande generosità in relazione al reddito o a quella notorietà costituita spesso dall’essere visibili più di altri, senza che questo si accompagni ad una qualche qualità. Far passare l’equazione del “tanto guadagni altrettanto vali” è uno dei mali del nostro tempo che la pubblicazione incontrollata di ogni genere di testo alimenta. Il fatturato è insensibile al tipo di inquinamento culturale che produce. Un messaggio implicito che viene assimilato da troppi. Non da tutti, certo, ma tutti quelli che lo assorbono dobbiamo considerare che votano. E va detto che questa considerazione qualcuno la fa, approfittandone.

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