La Panchina – L’etica non è stare zitti

di Pietro Greppi

L’etica può mancare anche quando non si comunica, quando non si dice, quando si evita di informare per interesse economico. Fatta questa premessa va detto che, come molti sanno e molti altri intuiscono, esistono forti connessioni fra la chimica alimentare e quella farmaceutica.

Fatevi questa domanda: perché in tutto il mondo civilizzato si pubblicizzano prodotti contro l’herpes, i disordini gastrointestinali, la stitichezza e il suo contrario, mal di testa, pruriti? È una riflessione da fare, che deriva dall’aver riscontrato questo fatto su canali televisivi, destinati a diversi Paesi. Non vi fa pensare? Cosa porta a dover produrre e comunicare certi farmaci?

No, non sto per parlarvi di visioni complottiste. Si tratta di avere contezza di vere e proprie sinergie e connessioni che agiscono su piani paralleli invisibili alla massa. Provo a spiegarmi: è normale che in ogni paese si realizzino campagne di comunicazione su alimenti, servizi e oggetti distribuiti in quel Paese. Normale, anche se preoccupante, la diffusione di spot internazionali (stesso spot per lo stesso prodotto): sono forme di comunicazione che evidenziano la globalizzazione. Ed è anche abbastanza comprensibile (ma presuntuoso dal punto di vista culturale, al punto di far pensare alla colonizzazione del pensiero) che un’azienda produca spot uguali per tutti i Paesi in cui è presente.

Ma che in tutti i Paesi le aziende farmaceutiche (le stesse in ogni paese) diffondano messaggi relativi a emicranie, herpes, disturbi intestinali, parlando anche esplicitamente di diarrea … qualche riflessione la deve indurre. Non per le parole che descrivono questo o quel disturbo, ma perché è evidente che si tratta di condizioni anomale del fisico di cui si conosce l’esistenza in anticipo. Se è vero che da sempre l’essere umano ha imparato a identificare nella natura le pozioni curative, va detto che un conto è curare la causa di un incidentale incontro con qualcosa di incompatibile con il nostro organismo, ma industrializzare un farmaco è un’altra cosa e richiede che ci sia l’opportunità del consumo di tale farmaco. Che può essere indotta.

Quante potranno mai essere le persone che soffrono di disturbi da giustificare una campagna pubblicitaria per venire loro in soccorso? Come mai? Cosa succede? Se ci ammaliamo una causa c’è sempre. Fatta questa riflessione ho contattato anche un conoscente ricercatore che lavora nel mondo delle analisi alimentari. Mi ha confermato che chimica alimentare e chimica farmaceutica si parlano per fini commerciali “collaterali”. Soprattutto quando i laboratori sono interni alle imprese alimentari e farmaceutiche.

I trattamenti cui vengono sottoposti gli alimenti industriali che ci consentono di disporre di cibi a lunga scadenza, con sapori gradevoli e sempre uguali, colori brillanti e consistenze rassicuranti … prevedono a tale scopo l’impiego di ingredienti che hanno effetti collaterali sul nostro organismo, noti alla chimica industriale farmaceutica e alimentare. E a livello mondiale l’industria chimica, essendo essa stessa l’artefice di queste “moderne applicazioni industriali” e avendone anche studiato e previsto le conseguenze (alcune), si attiva per produrre (e vendere ovviamente) anche “l’antidoto” … ed ecco apparire quindi prodotti per lenire i disturbi provocati dai vari sommovimenti che il nostro organismo mette in atto per reagire alle sostanze poco naturali o in eccesso che respiriamo e ingurgitiamo. Antidoti per così dire di “pronto intervento” messi a disposizione e comunicati con la classica pubblicità. Sembra normale, ma solo a chi non riflette con spirito critico. E chissà a quanti altri effetti collaterali della sofisticazione alimentare siamo esposti senza saperlo. Una riflessione che ritengo doverosa e che ne stimola tante altre, che lascio a chi mi legge.

di Pietro Greppi – info@ad-just.it