Il Bugiardino – Buon appetito!

di Pietro Greppi

Scusate, ma è ora di pranzo e sono stato invitato in un ristorante messicano da un amico senegalese, che ha sposato una vietnamita. Per l’occasione si mangia pasta e fagioli. E parleremo di questo mondo del cibo. Di quanto il nutrimento sia diventato l’ingrediente del business. Parleremo del “mangiare lento”, del kilometro zero, della grande distribuzione, dei mercati equo-solidali, dei ristoranti classici, di quelli etnici, di quelli fast, delle trattorie, etc … tanti diversi modi di interpretare il commercio alimentare per distribuire cibo al genere umano. Osserveremo quanto ognuno di questi sia l’espressione di un’etica differente, di un modo diverso di intendere la fornitura di un servizio di accesso al cibo. Così com’è diversa e variegata l’etica e la consapevolezza di chi decide di fruire di uno o dell’altro di questi servizi inerenti, a ben vedere, spesso beni di prima necessità. Proveremo a dare uno sguardo veloce e acritico. Un menù di argomenti: il “mangiare lento” che diffonde una cultura di salvaguardia della produzione e del consumo locale dei prodotti della terra dando a questa filosofia lo scopo di divulgare una cultura del mangiare bene e del mantenimento della capacità del territorio di riprodurre quel particolare alimento; il kilometro zero che opera sul fronte del diffondere la cultura del rifornirsi dei prodotti locali, con lo scopo primario però di evitare danni che all’ambiente derivano dall’inquinamento legato ai viaggi che le merci non a km zero fanno; la grande distribuzione che ha una funzione di grande diffusione di alimenti provenienti da ogni dove, prodotti anche extracomunitari che altrimenti non conosceremmo se non viaggiando per il mondo; i mercati dell’equo solidale che diffondono prodotti di mondi lontani, come la grande distribuzione, ma con l’obiettivo primario di salvaguardare il diritto di piccoli produttori lontani di poter accedere ad una giusta remunerazione dei prodotti della terra curati tramite il lavoro di persone altrimenti a rischio sfruttamento dalle grandi società internazionali che li pagherebbero troppo poco per consentirgli di sopravvivere dignitosamente; i ristoranti che sono poi la manifestazione delle diverse opportunità distributive dei vari prodotti e della cultura che li “alimenta”. Parleremo forse di torti e ragioni, di quale sia la forma migliore di diffusione e in quale metodo sia garantita la qualità del prodotto o della vita e dei diritti di chi è coinvolto … ma è molto difficile e richiederebbe una complessa analisi che non abbiamo i mezzi per fare. Ma osservare alcune cose su cui ognuno di noi avrà le proprie libere considerazioni per stabilire dove si trova o dove manca l’aspetto etico … questo lo faremo.

Ed io porterò sul piatto della nostra discussione ingredienti che mi rendono curioso.

Patate, pomodori, carciofi, melanzane e molti altri frutti della terra non sono originari del nostro territorio. Il mondo è un continuo rimescolio di esperienze. Il riso dalla Cina, i carciofi dal Medio Oriente, i pomodori e le patate dall’America … Con le persone, anche gli alimenti sono da sempre sottoposti a migrazioni e alle conseguenti coltivazioni che li hanno adattati alle nostre terre. Difendere la provenienza di un frutto della terra allora cosa significa?

Con queste piccole premesse fare ogni tipo di protezionismo diventa antistorico. La grande produzione consente l’accesso a molti, e sotto questo punto di vista possiamo intravvedere la conseguente omologazione … alla quale possiamo però opporre la responsabilità individuale di scegliere cosa mangiare e dove. Entra in gioco cioè la cultura personale.

Possiamo trovare ormai facilmente ogni alimento disponibile sulla terra. E possiamo anche provarli tutti. Dobbiamo però educarci resistendo semmai al tentativo, proprio del mondo della comunicazione delle aziende, di spingerci a consumare solo determinati prodotti.

Consapevolmente possiamo decidere di variare la nostra alimentazione e, informandoci, possiamo capire cosa significhi parlare di qualità anche usando il buon senso. Perché la qualità del frutto di un albero la puoi prevedere anche senza assaggiarlo, sapendo se l’albero è stato piantato a cinque metri dagli altri o solo a due. E lo stesso nel mondo animale: una mucca che allatta 2 vitelli offrirà certo più nutrimento e si stresserà meno di una che ne deve allattare 10.

Possiamo cercare di sapere molte cose, anche tutto se solo vogliamo, sui metodi utilizzati da contadini liberi e confrontarli con quelli dei contadini resi dipendenti dalle multinazionali. Possiamo contribuire a spostare persone, capitali, merci, atteggiamenti politici … semplicemente decidendo come alimentarci. Mangiando consapevolmente possiamo quindi accedere ad informazioni preziose e contribuire a costruire una cultura da assimilare e condividere con gli altri. Possiamo venire a sapere, per esempio, che “noi” oggi possiamo nutrirci più facilmente, ma che contemporaneamente continuano ad aumentare le persone che nel mondo muoiono di fame: la FAO dice siano un miliardo, e pare sia un dato in crescita! Una matematica che dovremmo imparare, che ci dice che un sesto della popolazione mondiale muore di fame! E questo perché abbiamo perso il senso di quanto sia fondamentale sentirsi figli della terra e fratelli dei coinquilini con cui la condividiamo. Perché tutto è collegato. Per esempio: più amiamo gli hamburger e più chi li produce (su nostro implicito mandato in qualità di consumatori) si sente autorizzato a togliere terra a popolazioni inermi e a tagliare alberi per far spazio ai pascoli. Su questi temi l’informazione è carente e se ne sente di ogni … perché le lobby in questi ambiti sono abili, ma ho intercettato un articolo di Dany-Robert Dufour, filosofo francese contemporaneo, che in un articolo del The Guardian Weekend, osserva che il nostro sistema di produzione del consumo, cioè il capitalismo (il consumismo ne è invece il prodotto) “… sogna non soltanto di estendere […] fino ai limiti del pianeta il territorio in cui ogni oggetto è una merce (diritti sull’acqua, sul genoma, sulle specie viventi, sui neonati, sugli organi umani, sui semi … ), ma anche di renderlo più profondo, in modo da farvi rientrare questioni in precedenza private e che un tempo erano lasciate alla responsabilità individuale (soggettività, sessualità … ), ma che ormai rientrano fra le merci…”.

Buon appetito.

 

Pietro Greppi

Consulente per la comunicazione etica e fondatore di Scarp de’ tenis

Fondatore di GESTO – Laboratorio per la realizzazione del Linguaggio universale non verbale

Per entrare in contatto con l’autore: info@ad-just.it