La Panchina – Effetti collaterali


6 novembre 2016

   

di Pietro Greppi

Come viene considerata l’etica nella comunicazione? Che cosa significa produrre comunicazione con spirito etico? Posso rispondere per me. Personalmente e professionalmente l’invito principale, che rivolgo a me stesso e ai colleghi, è quello di riflettere, prima di comunicare, su ciò che un determinato messaggio potrebbe procurare negli altri. Anche considerandone il percorso.

Di solito se una strategia produce ordini, si è soddisfatti, ma degli effetti collaterali non ci si occupa. Oso dire che la gran parte dei comunicatori oggettivamente dimostrano proprio di non considerarli nemmeno. Parlo ovviamente di quelle conseguenze che quando sono negative per il cliente finale lo sono – e amplificate – anche per l’azienda committente del messaggio. Ma questo pare proprio non essere nei pensieri di aziende e agenzie.

Faccio un esempio molto chiaro: incrementare le vendite di alcoolici è ritenuto un successo per chi li produce e li vende. Ma le situazioni pericolose, che un loro abuso può procurare, non viene preso in seria considerazione dalle aziende se non quando vengono costrette dal contesto a inserire messaggi di attenzione sulle bottiglie e nei messaggi pubblicitari. Cosa, quest’ultima, che in realtà non farebbero e non vorrebbero fare perché ritengono che incida negativamente sulle vendite. Le aziende cioè, restando sull’esempio degli alcoolici, non pensano mai troppo seriamente ad un evento collaterale al consumo di alcool. Non considerano che pur non riguardandole direttamente, un incidente causato dall’alcool rende vittime loro stesse, almeno per quanto riguarda proprio i loro obiettivi di consumo o le ricadute in termini di reputazione della categoria.

Ogni incidente, provocato da un abuso di alcool, è provato da ricerche indipendenti che produce conseguenze che si riflettono sui consumi futuri e sulle reazioni di tutti coloro che direttamente o indirettamente entrano in contatto con quell’evento tragico. La ricaduta negativa di un evento tragico coinvolge più attori, non solo i parenti e gli amici delle vittime, ma anche tutti coloro che sentiranno parlare del fatto sui giornali, telegiornali e nel paese della vittima, il vicinato …

Il cliente bevitore, se è sopravissuto, tornerà?  E tutti quelli a lui vicini come si comporteranno? In quale modo e con quale intensità la reputazione della marca alcoolica o della categoria dei produttori subirà un contraccolpo? Quante persone di quelle coinvolte emotivamente da quel fatto stimeranno positivamente la marca o il settore?

Andando sul generale, che genere di catena s’innescherà a fronte di un incidente di qualunque natura il cui protagonista sia il “nostro” prodotto, la Marca o il suo testimonial …? Per chi si chiedesse quali altri ambiti dovrebbero fare attenzione a ciò che comunicano potrei rispondere che nessuno è escluso, anche se determinati settori dovrebbero dimostrare maggiore responsabilità di altri, proprio per le conseguenze collaterali che “l’adozione dei loro consigli” può produrre. Uno per tutti il settore dei giochi, lotterie, casinò, scommesse, etc.

Un’ultima osservazione: chi comunica, soprattutto a fini commerciali, normalmente affina “le lame del professionismo” per spaccare, come si usa dire, il cappello in quattro. Per essere efficace insomma, nell’intento di vendere. Ma non registro l’abitudine a studiare se, dopo il taglio perfetto, la base su cui ci si è appoggiati è rimasta segnata. La base -se non fosse chiaro – è l’utente finale che può essere nostra madre, i nostri figli …. Si può svolgere qualunque professione e servire egregiamente la propria azienda anche pensando a questi aspetti riflettendo sul fatto che, senza un pensiero etico, cercare di raggiungere obiettivi sempre più “alti”…  può far cadere in basso per riuscirci.

   

di Pietro Greppi – info@ad-just.it


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