La Panchina – A che gioco giochiamo?


3 novembre 2016

di Pietro Greppi

Fra le opportunità che il mondo digitale offre grazie ai suoi continui sviluppi, una posizione primaria la merita a mio parere la possibilità di condurre campagne di sensibilizzazione, sia verso il pubblico che verso i governi, in modo semplice, economico, snello e anche molto efficace. Fino a qualche anno fa questo genere di operazioni richiedevano tali e tante energie da scoraggiare anche i più indomiti attivisti e sostenitori di cause di ogni tipo. Ma oggi chi desidera raccogliere firme o contributi, per sostenere iniziative o per sottoporre ai governi petizioni da valutare, può contare su quel potente alleato quale risulta essere la rete digitale. Grazie a internet le persone cominciano a disporre di nuove modalità per farsi sentire, usando strumenti efficaci, veloci ed economici per far valere le proprie rimostranze o per far conoscere una situazione altrimenti destinata a restare nell’ombra. Bello. Bellissimo!

Ma questa riflessione me ne stimola anche un’altra. Dietro allo studio di straordinarie “piattaforme” informatiche va ricordato che ci sono intelligenze particolari, persone che dedicano il loro tempo e la loro concentrazione a trasformare un freddo aggregato di bit in qualcosa di utile e fruibile da tutti con semplicità. Sono persone normalmente poco inclini a farsi notare, ma che andrebbero gratificate pubblicamente, perché grazie a loro, cose altrimenti difficili e spesso di importanza rilevante, si trasformano in strumenti intuitivi, chiari e a portata di mano.

Ci sono però anche altre persone che, dotate delle medesime capacità di maneggiare i bit, si prestano ad elaborarli per la realizzazione di giochi cui molti, giovani e meno giovani, addirittura si appassionano anche in modo compulsivo. Ora non vorrei si pensasse che io abbia qualcosa contro il gioco, ma sono sicuro di non essere il solo a dire che sarebbe opportuno riflettere sul fatto che troppo spesso questi giochi sono pervasi da stimoli alla violenza attraverso i quali si “procede vittoriosi” nel gioco. Abili “manovratori di bit” studiano cioè giochi e livelli di “gioco” per superare i quali è necessario mettere in atto un pensiero criminale, violento, sanguinoso. Magari a voi sembrerà normale, ma è folle che questo sia consentito e che addirittura dia luogo a prodotti venduti in gran serie con l’enfasi tipica di cui sono capaci le aziende responsabili della produzione di giochi. Non mi soffermerò (per questioni di spazio) a disquisire sui danni sociali permanenti che questo genere di contenuti procurano. Mi limito a dire che questi danni sono gravi ed evidenti e che, per evitare che si verifichino, basterebbe che i manovratori di bit fossero obbligati a passare periodici esami psichiatrici prima di essere autorizzati a ideare giochi. E con loro, dallo psichiatra, dovrebbe passare anche chi licenzia, commercializza e promuove giochi.

di Pietro Greppi – info@ad-just.it

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