Il Bugiardino – Algoritmia


24 ottobre 2016

   

di Pietro Greppi

Gli algoritmi sono un po’ come il prezzemolo, che puoi usarlo in moltissime occasioni, ma se eccedi può diventare tossico. Quindi attenzione, perché da più parti arriva il segnale che “ormai” siamo sul treno degli algoritmi e bisogna salirci tutti per non restare indietro. Ormai? Indietro?

Di cosa stiamo parlando?

Personaggi, noti al pubblico come formatori e molto seguiti da migliaia di “fan”, stanno facendo molto rumore pro algoritmi e lo fanno da “veri professionisti” diventando efficaci promotori e accesi sostenitori di una tendenza che quantomeno andrebbe razionalizzata e osservata per i limiti e i pericoli che nasconde, senza per questo nascondere i benefici che può portare. Come in tutte le cose si tratta di fare scelte bilanciate. Non si tratta di dichiararsi pro o contro lo sviluppo delle innovazioni che migliorano la vita, ma di capire quali siano gli effetti collaterali dell’abuso di tecnologia e tenerne debito conto. Perché si può decidere di aprire le porte a qualunque novità, ma farlo essendo consapevoli di ogni effetto può aiutare a limitare e comunque a saper gestire eventuali conseguenze indesiderate.

Facciamo attenzione a non essere troppo superficiali su questo.

“Abbandonare sempre più l’uso del nostro cervello” con la scusa di alleggerirlo dai pensieri o di rendere le cose meno difficili, più veloci, etc. può avere dei risvolti “deleteri”.

Non per essere apocalittico, ma già oggi se – solo per esempio – togliessimo i navigatori collegati ai GPS a chi è abituato a farsi guidare da mappe parlanti del telefono, potremmo assistere ad un vero e proprio disorientamento e ad uno scombussolamento “emotivo”. Milioni  di persone dovrebbero tornare a ricorrere alla propria capacità di orientamento, alla propria memoria, o a cartine stradali da sfogliare … dovrebbero riprogrammare sé stessi e il proprio modo di interagire con il proprio cervello. È già successo molte volte che la capacità di “mandare a memoria” delle cose si sia degradata a causa di varie invenzioni: quanti di voi sanno ancora fare le divisioni e calcolare le radici quadrate senza ricorrere a “calcolatrici online”? Quanti ricordano i numeri di telefono a memoria? … ogni volta che l’uomo inventa sistemi per alleggerire le proprie fatiche finisce con il perdere o dimenticare le proprie abilità.

La questione degli algoritmi è un passo avanti ancora diverso e da fare con occhi ben aperti. Soprattutto perché si rischia di delegare ad un’intelligenza artificiale, freddamente programmata, scelte che richiedono considerazioni contenenti almeno una porzione di “anima”. La tecnologia non può essere uno strumento per dimenticare le nostre abilità di agricoltori, falegnami, fabbri, allevatori, costruttori, etc

   

Gli algoritmi, non sono altro che programmi complessi ed “evoluti”, ma concettualmente simili a quelli che consentono ad un computer e ad un telefonino di svolgere, nostro tramite, e con il nostro intervento, quegli agglomerati di informazioni che possono interagire con i nostri strumenti digitali, ricordandoci le azioni da compiere, dando il via a operazioni programmate su altri strumenti che comandano loro di azionare determinate funzioni, operazioni, attività, etc … Quando si sente parlare di Smart city è anche di questo che si tratta. Ma i moderni algoritmi sono destinati, si dice, a fare molti dei lavori che alleggeriranno ancora di più i nostri impegni. Potranno scegliere per noi, e in alcuni casi già lo fanno (pensate ai motori di ricerca) in funzione dei nostri gusti (!) e dei nostri orientamenti. Siamo arrivati ad un livello di manipolabilità dei dati e di gestione degli stessi, che affidarsi ad un algoritmo considerandolo un modello di riferimento fedele sarebbe come seguire il Pifferaio magico di Hamelin.

Seguiremo sequenze di operazioni, programmate da programmatori che hanno elaborato modelli che se da una parte vanno considerati certamente utili (far funzionare internet, prevedere il meteo, atterrare e muovere un robottino su Marte, gestire la viabilità e molti servizi di una città, semplificare le operazioni chirurgiche, gestire gli impianti agricoli e tanto altro …), dall’altra non possiamo pensare di abdicarvi totalmente – perché di questo si tratterebbe – affidandoci all’idea che un algoritmo possa essere affidabile, infallibile e sempre giusto. Dobbiamo ricordare che qualunque “invenzione” contiene il pensiero, l’intelligenza ma anche i difetti di chi l’ha progettata. La questione è parecchio ingarbugliata perché essendo gli algoritmi elaborati da persone di cui non conosciamo le qualità e i pensieri, che non si sa se siano autonome o guidate e se guidate da chi, dovremmo dare per scontato che queste persone siano infallibili, perfette, oneste e integre cosicché da poter pensare che lo sia anche il loro operato e ciò che ne consegue. Provate a pensare, per esempio, ad un algoritmo affidato ad una squadra di persone come quella che, nel disastro dello shuttle del 1986, si macchiarono di una leggerezza come quella che vi riassumo: i sistemi di controllo dell’intera missione erano costituiti da tre identici computer che ripetevano le stesse operazioni di verifica: se uno solo di loro dava un risultato diverso dagli altri l’operazione doveva essere abortita. Il sistema era stato testato migliaia di volte e non si era mai verificata una divergenza fra i risultati. Questa costante assenza di divergenza indusse qualcuno ad affermare e far mettere in pratica da altri che, per risparmiare denaro, spazio, peso e tempo, si sarebbe potuto “allora” fare a meno di fare tre volte la stessa cosa. Questa scelta, una volta applicata, impedì “al programma” di accorgersi e di allertare dell’inconveniente (la rottura di una guarnizione “O-ring”) che causò proprio quel famoso incidente. Un esempio drammatico, fra i tanti possibili,  di quanto una falla dell’intelligenza umana potrebbe contagiare un programma che non farebbe altro che riprodurla. Tutto qui. Attenti quindi a non ammalarvi di ALGORITMIA!

Pietro Greppi

Consulente per la comunicazione etica e fondatore di Scarp de’ tenis

Fondatore di GESTO – Laboratorio per la realizzazione del Linguaggio universale non verbale

Per entrare in contatto con l’autore: info@ad-just.it


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