Il Bugiardino – Insegnare a imparare a sbagliare


10 ottobre 2016

   

di Pietro Greppi

Questo titolo può sembrare una frase contorta, ma è invece un invito anche molto serio.

Nella nostra società il timore di sbagliare è una potente condizione psicologica indotta: ci viene inculcato fin dall’infanzia, cosicché può capitare che l’incubo di fallire ce lo portiamo dietro per tutta la vita. Ma il fallimento non esiste. Si tratta semplicemente di un’opinione altrui – pochi o molti che siano – su come le cose dovrebbero essere portate a termine secondo schemi preconfezionati.

Si può certo “fallire” in un intento personale, in qualcosa che ci poniamo noi come obiettivo. Ma non riuscirci non è un fallimento della persona come viene invece comunemente inteso anche a livello individuale. È il termine “fallire” che è fallace e usato in modo improprio e pericoloso. Evoca significati negativi, tali da riuscire a portare alla depressione coloro che se ne fanno attraversare come fosse un dogma assoluto, come se un giudizio stabilito dall’esterno potesse aver diritto di “residenza” anche nel nostro intimo. Non riuscire a fare qualcosa è semplicemente non riuscire a farla, ma non significa assolutamente essere una persona fallita, e non si può per questo perdere la propria autostima. Se c’è una cosa che dovremmo imparare è quella di cancellare l’idea del fallimento come disvalore della nostra persona. Quando un gatto non riesce a catturare un topo non è un gatto fallito. Non è che un cane quando abbaia attende il giudizio di qualcuno sulla qualità dei suoni che emette. Ognuno fa le cose per come riesce a farle. E se non riesce a farle come vorrebbe pazienza. È con sé stesso, caso mai, che farà una qualche “discussione” per decidere come proseguire o se fare altro.

Càpita, fin da piccoli, che non veniamo sufficientemente stimolati a scoprire e approfondire quello che ci piace, ma subiamo più spesso il confronto con l’idea di insuccesso se non riusciamo in qualcosa che ci viene invece imposto dal sistema con cui ci troviamo a doverci confrontare. Anziché nell’insegnamento della ricerca delle nostre qualità -di cui essere fieri- e nella scoperta delle nostre capacità e della stima in noi stessi, veniamo educati alla competizione e a sforzarci in qualcosa che potremmo non sentire come intimamente “nostro” e a vivere una vita desiderata da altri. O, per contro, veniamo stimolati a valutare i nostri fallimenti come dimostrazioni di incapacità, momenti in cui subiamo giudizi esterni che siamo portati ad accettare come pretesti per “mollare”.

Se Edison si fosse fermato al primo tentativo di produrre luce con l’elettricità, che non andò come previsto, chissà quando avremmo visto la luce. E se Leonardo non avesse avuto fiducia nelle sue visioni o se Einstein avesse dato ascolto ai giudizi negativi dei suoi insegnanti? I fallimenti (riutilizzo il termine solo per capirsi) servono per capire, possono essere incentivi, e possono addirittura essere ridefiniti come successi: i fallimenti rendono evidenti gli errori da evitare e segnano la strada da seguire per riuscire in un intento. Lo sappiamo tutti e lo ripetiamo con una certa condiscendenza che “sbagliando si impara” eppure ci viene insegnato che il successo è l’unico valore accettabile. In base all’idea del successo e a quella del fallimento tendiamo a scansare ogni esperienza in cui potremmo fallire, perdendo in questo modo l’occasione di scoprire chissà quali nostri pregi. Veniamo istruiti e formati a seguire solo strade segnate che ci possano garantire “il successo”. Temiamo l’ignoto e la disapprovazione. Perdiamo la capacità di affermare noi stessi con il risultato di diventare tanti ripetitori di segnali che non ci appartengono, che giungono da chi ci ha preceduto e che abbiamo assimilato per timore di sbagliare o di essere giudicati. Il coraggio e la fierezza del nostro io li perdiamo in poco tempo, appena entriamo nel meccanismo della formazione scolastica, dove ci abituiamo gradatamente a riconoscere e ad apprezzare “il gregge” e a farne parte. Dove impariamo a seguire le indicazioni del pastore e a considerare che ogni deviazione potrebbe prevedere l’intervento del cane addestrato per riportarci con gli altri. Eppure siamo figli dell’errore. Ogni progresso, che sia definibile tale, è nato dalla sfida aperta alle vecchie regole e dalla consapevolezza di chi ha scelto di combattere il conformismo e sfidare il disprezzo di chi ne è invece prigioniero. Non vorrei mescolare il sacro con il profano, ma il mondo della pubblicità -che a mio parere dovrebbe rifondarsi- potrebbe fare un pensierino e qualche riflessione in proposito.

Pietro Greppi

Consulente per la comunicazione etica e fondatore di Scarp de’ tenis

   

Fondatore di GESTO – Laboratorio per la realizzazione del Linguaggio universale non verbale

Per entrare in contatto con l’autore: info@ad-just.it


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