La Panchina – Street food o slow food?

Di Pietro Greppi

Sono stato all’ultima manifestazione di Terra Madre. Quella del settembre 2016 a Torino per intendersi. L’iniziativa per la prima volta si è svolta all’aperto, in mezzo alla città, come uno dei mercati o delle fiere a cui siamo abituati, ma molto più in grande, molto più comunicato, molto più attrezzato, molto più organizzato. Un evento che sotto il cappello di Slow Food e di Petrini ha avuto successo di pubblico, certamente attratto dal fascino del messaggio trasmesso dal marchio del suo fondatore. È stata una bella prova di quanto Slow Food sia diventato un punto di riferimento, un generatore di stimoli, che solo a pronunciarlo suggerisce importanti riflessioni sulla qualità e sulla diversità del cibo e della sua provenienza, per spingere a guardare il mondo apprezzandone la varietà, difenderla, cercarla. Il messaggio che la Terra è la nostra Madre, nella sua semplice ovvietà è molto forte ed è un invito a difenderla e a non offenderla. Ho apprezzato la scelta di rendere questa bella idea libera dai biglietti d’ingresso che infatti, finalmente, non c’erano. Migliaia di persone e kilometri di stand. Una grande opportunità per far incontrare persone, sapori e saperi.

Tutto molto interessante, ma non riesco a togliermi di dosso la sensazione che il messaggio originale stia subendo pericolose deviazioni e sia già frainteso. Chi non conosce l’originale e visionaria filosofia di Petrini, quella filosofia in questa kermesse non la trova o almeno non la trova integra. Forse a causa della dimensione, forse perché il mondo non lo puoi assaggiare in alcune ore, ma neppure in tre giorni. Ci trovi più facilmente cibo a disposizione o confezioni di prodotti da tutte le parti del mondo a prezzi che non avvicinano e comunque distribuiti con modalità che non consentono di apprezzarne le eventuali qualità. Era palpabile il desiderio di vendere più di quello del far conoscere. In poche parole ci ho visto molti commercianti e pochi “educatori”.

E poi quell’ammiccamento a questa cosa dello street food con piccoli, ma attrezzati furgoncini che offrono panini e cartocci di patatine, pesciolini, olive, spaghetti, gelati … che saranno anche buoni, ma cosa c’entrano con l’idea del cibo buono, curato e assaporato con calma?

Eppure dà da riflettere, perché c’erano le code per accaparrarsi qualcosa da mangiare stando scomodi, accalcati e restando anche poco informati. Ed è qui il punto su cui mi piacerebbe discutere con Petrini perché la sensazione che mi è rimasta addosso è la delusione. Mi ha deluso vedere che anche in questa occasione le persone si sono avvicinate all’idea del mangiare come sono “abituate” a fare in qualsiasi altra Fiera del Gusto o dell’Artigianato dove gli stand del cibo sono sempre affollati di gente che mangia, senza dimostrare un grande interesse nel distinguere cosa sta mangiando. Vai dove ti porta la coda.

Ho percepito forte la sensazione che le persone, appena entrate, era come se si dimenticassero velocemente cos’era che le aveva portate a visitare Terra Madre e che si adeguassero velocemente al modello di comportamento che conoscono meglio: consumare, passeggiare, curiosare, assaggiare più o meno a caso, far domande stupide, tirar su depliant … dirigendosi comunque sul già conosciuto: pane e olio, cannoli siciliani, pizza, pane, pasta, vino. C’è ancora molto da fare. E penso che Petrini lo sappia.

Un peccato. Di gola.