La Panchina – Non usate i bambini!

di Pietro Greppi – info@ad-just.it

Che istintivamente vogliamo bene ai bambini è facile da spiegare: siamo noi adulti quando eravamo piccoli. Quello che proviamo nei loro confronti è istinto di protezione, di amore, a volte anche di nostalgia per come eravamo. Sappiamo che sono destinati a crescere per prendere il nostro posto. Restiamo affascinati da quanto siano così pieni di energia, positivi,disponibili, sorridenti … e ci scopriamo a osservarli rapiti dai loro gesti, da quello che fanno, dal loro coraggio e sfrontatezza … ritroviamo e proviamo grazie a loro sentimenti di gioia di cui sono loro la causa. Anzi. Meglio sarebbe dire che è merito loro se ci sentiamo più vivi, ottimisti, positivi, capaci di affrontare anche noi la vita come vediamo farlo a loro, come eravamo pronti a farlo prima di essere aggrediti dal sistema che da adulti abbiamo costruito e subìto. Per loro ci faremmo in quattro, e anche di più. Per loro siamo pronti a rinunciare a cose che prima di loro ci sembravano importanti, perché sentiamo che è la loro presenza a farci bene, la loro spontaneità e la loro mancanza di malizia.

Che questo genere di emozioni e di esempi, cui attingere per diventare migliori, qualcuno ci aiuti a ricordarli è certo positivo. Ma che questo venga usato dalle aziende che se ne appropriano per strumentalizzare commercialmente dei sentimenti questo non è più accettabile, soprattutto oggi. Soprattutto dopo tutto il parlare che si fa nei convegni a cura degli addetti ai lavori sul tema dei bambini sfruttati a scopi commerciali e sulla necessità quindi di non ricorrere a loro in modo strumentale. Lo IAP dovrebbe intervenire sempre molto in fretta e senza tanti ma, anche nel caso che fra i suoi addetti dovessero esserci incidentalmente rappresentanti di quelle aziende. Questione di credibilità e di schiena dritta. Non faccio nomi, ma è come se li facessi: per esempio sono almeno 4 le aziende, tutte di notevoli dimensioni, che stanno usando il “modello Ballarò o di martedì” (a seconda del periodo) dell’intervista ai bambini. Un siparietto utilizzato da quel programma per farci sorridere e nel contempo per osservare le spontanee ingenuità e le reazioni dei bambini su temi impegnativi. Ma copiare questa “idea” a scopi commerciali, usando dei bimbi in modo improprio, fuori luogo, senza alcun altro scopo che non sia l’evidente intenzione di smuovere sentimenti che non appartengono per nulla ai prodotti in questione, … è una scelta di comunicare scorretta e un tantino cialtrona. E sia chiaro che nessun prodotto si può pensare possa avere sensatamente a che fare con un sentimento. Quello che colpisce è che nessuno prova vergogna nel produrre certe scenette. Non siamo più abituati a riconoscere le idiozie e men che meno a denunciarne l’esistenza. Ci viene più facile buttarla sul ridere.

Già copiare indica un approccio incapace di originalità; qui si tratta addirittura di molti che copiano la stessa idea e questo la dice lunga sullo stato delle cose nel “mondo della comunicazione”. Ma è sinceramente il meno. Rende solo ridicola la definizione di creativi. La questione grave è invece un’altra: genitori o nonni che si commuovono sentendo i loro figli o nipotini che parlano con freschezza della loro esperienza di figli o nipoti, non hanno nulla a che vedere con creme spalmabili, merendine, carta igienica, amplificatori dell’udito o case in vendita. È ora di finirla. Ed è ora che qualcuno la voce la alzi. Non so però come alzare il volume da una panchina. Forse salendoci in piedi? No sarebbe da maleducati.

di Pietro Greppi – info@ad-just.it