Il Bugiardino – Il packaging? Immondizia

di Pietro Greppi

È una vita breve quella del packaging. Spesso dura meno del tempo che è stato necessario per discuterlo, idearlo, disegnarlo e realizzarlo. Certo ci sono alcune eccezioni e come non citare che fra queste pare esserci quello dei medicinali, che resta più a lungo nelle case perché, di norma, le medicine vengono consumate anche in tempi lunghi e perché ogni scatola serve a contenere l’utile bugiardino! L’inesorabile destino del packaging sappiamo comunque essere prima o poi la spazzatura, e in quel frangente richiede a volte più attenzione di quanta ne abbia ricevuta in vita.

Pietro Greppi
Pietro Greppi

Gli italiani lo chiamano “imballo” o “confezione” o “abbigliaggio”. Ed essendo in Italia lo trovo più che sensato e normale. Gli “addetti ai lavori” preferiscono invece chiamarlo packaging: pare trasmetta loro maggiore soddisfazione e particolari intimi significati. Una specie di placebo per la gratificazione professionale. Basta crederci e funziona.

Più complicato è invece capire quali siano i meccanismi che entrano in gioco in ognuno di noi quando davanti a prodotti sostanzialmente identici, ma presentati in modi differenti, ce n’è sempre uno che ci attira di più per via della sua confezione. C’è chi le studia queste cose. Siamo in democrazia. Ma è talmente misteriosa e complicata la nostra mente che credo nessuno, onestamente, sia riuscito davvero a capire perché facciamo certe scelte, anche se nessuno lo ammette esplicitamente. Ognuno dice la sua. E allora anch’io non voglio mancare.

La prova che non abbiamo le idee chiare in proposito a mio parere c’è ed è evidente: è proprio la quantità di diverse confezioni, che troviamo in circolazione per prodotti a volte identici nella sostanza e nella funzione. A qualcuno sembrerà un’eresia, ma se davvero ci fosse una spiegazione certa e sempre valida alle nostre reazioni, allora logica vorrebbe che la soluzione sarebbe una sola e a quel punto la gara commerciale rimarrebbe sul prezzo o su chissà che altro … bisognerebbe sentire Kotler che magari ha altre “P” da aggiungere. Ne suggerirei una ancora inesplorata, ma molto esplicita: “Puttanate”. Probabile che mi si accuserà di semplificare troppo, ma per me è molto più probabile, anche se non si vuole ammettere, che il costante ricorso all’artificio del vestito nuovo e originale per ogni prodotto sia solo la manifestazione di un’ostinata, legittima e infinita “gara dei tentativi” per consentire ad ognuno di provare le proprie teorie e, cosa non marginale, di avere anche un lavoro. Per vendere si fa così … no che dici si fa colà … mi dispiace, ma invece questo è il modo … E poi in pratica accade solo che i giudici di questa “gara”, travestiti da consumatori, esprimano un giudizio, un “award” del tutto personale, e facciano probabilmente anche loro (noi) un’operazione di auto persuasione e, una volta convinti, scelgano quello che, appunto, li convince soggettivamente di più. Da cui deriva la conseguente ridda di annunci fra gli addetti ai lavori: la mia ha venduto di più della tua, hai visto che avevo ragione io, etc … Mai, o quasi mai, che guardando i colori, le forme, le immagini di tutte quelle confezioni qualcuno rifletta sul fatto che quel che vediamo è stato studiato intenzionalmente da un nostro simile per tentare, a modo suo, di trasmetterci la sua idea di quel prodotto inventandosi una personalità artificiale da trasmetterci. Ci piace invece credere, anche solo per alcuni istanti (quelli necessari per scegliere), che tutti quegli abbigliaggi rappresentino qualcosa di vero, come se fossero l’espressione della personalità autonoma di quel prodotto. Insomma mozzarelle, tagliaerba, cioccolatini, brioche, lenticchie, salami, tostapane, telefoni, … avrebbero deciso come vestirsi e come truccarsi per farsi desiderare da noi. Succede che alla fine scegli, se ti va, quello la cui confezione ti convince di più, lo prendi, vai a casa e lo ripulisci di tutte quelle sovrastrutture che lo appesantivano. In qualche modo “gli fai la doccia e lo riporti acqua e sapone”. Gli togli di dosso il packaging, che non serve più “a sognare” e che quindi butti nell’immondizia. E scopri che alla fine hai comprato solo una mozzarella, un tagliaerba, un cioccolatino, una brioche, lenticchie, salame, un tostapane, un telefono … Insomma, come sempre accade, riscopri che la verità è sempre nuda e cruda, a dispetto di coloro che insistono nell’affermare che la pubblicità deve sedurre.

Ci sono malattie da cui dobbiamo guarire. Magari imparando a riconoscere certe cose per quel che sono e catalogandole sotto un’altra P, che sta per Palle”.

Pietro Greppi

Consulente per la comunicazione etica e fondatore di Scarp de’ tenis

Fondatore di GESTO – Laboratorio per la realizzazione del Linguaggio universale non verbale

Per entrare in contatto con l’autore: info@ad-just.it