La Panchina – Sentirsi stranieri nel proprio paese

di Pietro Greppi – info@ad-just.it

… beh! Ora esco a fare due passi, con un cruccio: se incontrando qualcuno mi andasse di socializzare, magari stando seduti su una panchina, dovrei forse esprimermi con “do you speak italian?”. Siamo in Italia o no? Riuscite a comprendere quello che sto scrivendo o devo scriverlo in inglese? Insomma “ragazzi” -e mi rivolgo soprattutto agli utilizzatori dei social– un conto è imparare lingue di altri Paesi, che sono certamente utili per parlare con chi quelle lingue le parla, ma un altro è dimenticare la propria. Un conto è assecondare le richieste di multinazionali (o anche meno) che si ostinano a cercare personale in Italia che però sappia “perfettamente” l’inglese, senza neppure farsi sfiorare (queste aziende) dall’idea che se vai in un altro Paese, se quel Paese ti interessa per espandere il tuo mercato educato sarebbe che ti attrezzassi per comunicare nella lingua locale … dimostrando di rispettare le persone con cui ti interfacci per vendergli magari delle porcherie. Ma questo lo affrontiamo su un’altra panchina lungo il viale … questa è per socializzare. Quindi … dove eravamo rimasti? Ah sì! Fra “noi italiani” vediamo di comunicare in italiano anche quando “postiamo su facebook”, che ne dite! Forse che Facebook vi impone una lingua diversa? No! Perché Zuckerberg ha previsto che in ogni Paese si apra il “social” nella lingua residenziale. Sarà anche giovane, ma mica è stupido: il suo modello di partenza è quello di agevolare le relazioni e funziona bene perché si adegua ad ogni Paese in cui lo rende accessibile.

Se è vero che alcuni di voi ha amici (amici amici?) anche in altri Paesi, e se avete il desiderio di comunicare o condividere contenuti con loro nella loro lingua, la trovo davvero una bella cosa … significa che avete fatto un pensiero in più e che vi siete impegnati per mettere i vostri amici d’oltralpe a loro agio, facendoli sentire come a casa evitandogli di dover tradurre quello che dite.

E gli amici italiani? Presumente forse che tutti i vostri amici conoscano l’inglese quanto l’italiano? Lo pretendete? Pensate forse di dimostrare qualcosa esprimendovi in inglese verso le vostre amicizie italiane? Perché non vi aprite un gruppo o un’altra pagina destinata a chi parla le altre lingue. Guardate che si può! No perché, se avete un intento particolare dovreste anche spiegarlo, perché non è chiaro. Per ora di chiaro c’è solo che la stessa attenzione che avete verso altri “popoli” (sempre che di attenzione si tratti) non l’avete verso coloro che pur vi sono “amici” in Italia e che vi conoscono come facenti parte della popolazione italiana di lingua italiana. E quindi dovreste mettere in conto che possano non capire quello che dite o che “ripostate”. Non è che saper parlare o capire un’altra lingua vi collochi in automatico fra i più eruditi, semmai tende a farvi percepire simili a coloro che in un tempo assai remoto usavano, per esempio, il latino o alcuni propri saperi per segnare un confine che li separasse nettamente da coloro che certe cose non avevano modo di comprenderle. Ma voi cosa sapete di particolare oltre all’inglese? Magari esagero, ma lo faccio perché non capisco, lo ammetto. Soprattutto perché so una cosa che certo sapete anche voi, ma forse non considerate degna di attenzione: l’Italia è funestata da un analfabetismo di ritorno. In altre parole significa che solo il 30% degli italiani ha gli strumenti per orientarsi nel mondo attraverso lettura e scrittura mentre il 70% si colloca sotto al livello di comprensione di un testo scritto di media lunghezza, non capisce i libretti di istruzioni o i contratti di lavoro, gli articoli, le posologie. “Quel 70%” scrive il linguista Tullio De Mauro “non può decifrare un testo scritto che riguardi fatti collettivi di rilievo anche nella vita quotidiana. Un grafico con qualche percentuale è per loro un’icona incomprensibile”. Un dramma collettivo che rende le persone fragili e manipolabili. Qualcuno di voi pratica forse questa intenzione nella sua professione?