La Panchina – E allora che si fa?

di Pietro Greppi

Quando non serviranno più le persone per produrre certe cose, quando macchine e computer faranno tutto il lavoro o almeno gran parte, quando cioè (perché ci arriveremo e forse anche presto) le persone non avranno più “l’opportunità” di accedere al denaro tramite un lavoro … che si farà? Serve già oggi una risposta veloce, seria e libera. Perché ormai ci siamo e non possiamo permetterci di improvvisare. Perché sarà necessaria e urgente una grande riflessione sul significato di parole come economia, relazioni umane, equità sociale e sullo stesso significato di società. Il governo dei Paesi si troverà davanti alla necessità di rendere subito conto di un cambiamento che esigerà senza tentennamenti nuove regole condivise, ed ogni Paese potrà verificare quanto questo prossimo orizzonte possa essere l’occasione per cambiare totalmente i paradigmi di oggi. Sarà fondamentale, tra l’altro, che non si manifesti l’egoismo, che anzi venga promosso il suo contrario e che il frutto della produzione automatizzata venga messo a disposizione di tutti perché, se così non fosse, il futuro delle nostre società potrebbe essere di miseria, quindi di esclusione e quindi di violenza. Di quella violenza di cui già oggi vediamo chiari i primi segnali che sarebbe stupido sottovalutare.

Nessuno di coloro che dai vari pulpiti mediatici o politici, fanno affermazioni sullo stato delle cose o sul futuro, ha la più pallida idea di quello che succederà domani mattina. Semplicemente costoro si trovano nella posizione di dover dire qualcosa perché ognuno di noi ha riposto sulle loro facce una fiducia e una delega sconsiderate.

E quindi, queste facce, quando sono inquadrate o quando parlano ad un convegno lo fanno usando ognuno il proprio linguaggio e la propria fantasia più o meno mediata da formule che hanno imparato a memoria, ma che non sanno se e quanto funzioneranno ancora. Ci provano. È il loro modo di accedere al denaro che gli viene riservato per dirci qualcosa. Ma arriverà presto il momento in cui parole, che oggi per molti non hanno ancora un significato chiaro e definito, diventeranno reale contingenza e prassi quotidiana. Parole come reddito di cittadinanza per esempio. Dovremo fare i conti con interi nuovi vocabolari necessari per descrivere e spiegare come gestire quella che potrebbe però essere anche una liberazione dalle “camicie di forza” in cui siamo costretti dal sistema attuale. Con buona pace di tutti coloro che affermano e ripropongono (o addirittura insegnano) senza sosta modelli che hanno fatto il loro tempo, semplicemente ci troveremo davanti la realtà di un mondo che abbiamo voluto tutti e con il quale dovremo fare i conti. Allora faccio una proposta: perché non avere un pensiero positivo e immaginare che questa nuova frontiera che si profila sia l’opportunità di un beneficio comune dopo anni di difficoltà?!

È sperabile che si crei la consapevolezza della necessità di dare spazio ad una totale condivisione delle risorse, eliminando l’idea che su queste qualcuno possa speculare per sé. Mi piace pensare che stiamo per sperimentare quanto sia meglio avere pensieri inclusivi anziché esclusivi. Ma mi piace anche pensare che questo prossimo futuro possa essere guidato da donne e uomini di pensiero. Da filosofi del fare.