Il Bugiardino – Tutti in una classe

Di Pietro Greppi

A proposito di cure, prescrizioni e medicinali … riusciremo mai a curarci dall’idea di essere migliori o addirittura superiori di altri? Spero di sì. Ne va della nostra salute mentale e della pace fra le genti. Potremmo cominciare col dire che definire con il termine “classe” gruppi omogenei di persone, sarebbe ora di considerarlo “roba da antichi greci” e comunque da malati di presunzione. Dall’epoca di Platone ad oggi dovremmo averne fatta di strada, e per certi versi è così. Soprattutto perché i “criteri” che un tempo indicavano certi confini, nei secoli sono andati sempre più sfumandosi, “complice” la diffusione dell’istruzione che in qualche modo ha consentito di “togliere di mano” alcune definizioni a chi le aveva coniate per separarsi dagli altri, per creare artificiosamente differenze di valore fra le persone, basandosi sulle attività che queste svolgevano o sulla loro ricchezza.

Effettivamente sentire parlare di “classi sociali” oggi è abbastanza anacronistico e chi pronuncia queste parole rischia, giustamente, di coprirsi di ridicolo.

Passengers travel in an overcrowded train in the eastern Indian city of Patna February 23, 2010. India's Railway Minister Mamata Banerjee will present the annual railway budget before parliament on February 24. REUTERS/Krishna Murari Kishan (INDIA - Tags: BUSINESS IMAGES OF THE DAY TRANSPORT)

Ma c’è un’evidente difficoltà in alcuni componenti della nostra società nel sopportare l’idea di essere su un unico piano insieme ad altri. Lo si nota anche dai termini che costoro usano e che purtroppo ne evidenziano la volontà di mantenere comunque certe separazioni: ora va molto il termine “ceto”! Lo senti pronunciare, guardi chi lo pronuncia e percepisci che si tratta di un termine solo alternativo a “classe”, diciamo più “moderno”.

Quando però mi trovo davanti a persone che sentono la necessità di usare questi termini, non so voi, ma a me viene una certa tristezza e l’istinto di prescrivergli una cura. Viene da pensare che sia un malessere culturale, ma subito mi accorgo che qui il termine “cultura” si rischia di scomodarlo senza motivo e che andrebbe sostituito con uno più degno e meno vago: ignoranza mi sembra adatto.

Nella nostra società abbiamo allevato greggi di caproni ignoranti e presuntuosi nonostante molti siano insigniti di laurea. Ma quella (la laurea) ormai non la si nega a nessuno. Basta essere bravi a correre in moto e conquistare la simpatia di molti e zac: laurea ad honorem in comunicazione … Siamo capaci però di negare l’accesso al minimo vitale a chi ci costringe a vedere la nostra società per quella che è: divisa e iniqua. E questo ci fa tornare  alla questione di “classe” o di “ceto”, parole che stentiamo ad eliminare insieme al pensiero malato che le produce.

Non serve lo dica un bugiardino, ma è evidente che certi termini sono sintomi che smascherano un malcelato desiderio di dividere, separare, allontanare, escludere, mortificare. Sembrano parole, ma sono il materiale con cui si costruiscono muri e ostacoli alla crescita di una società civile, inclusiva e capace di crescere davvero. Un tipo di ignoranza che viene sottovalutata e passa quasi inosservata. Anziché metterla all’indice si sorvola sulla sua gravità. Per cui si propaga e penetra inevitabilmente anche nelle menti di coloro che “progettano il futuro”. Una sorta di cancro dei neuroni che devasta l’intelletto.

Ed è così che nascono ancora, per fare un esempio fra tanti, mezzi di trasporto suddivisi in classi, chiamate ora con nomi diversi, ma di fatto sempre luoghi in cui sono ben distinti posti riservati solo a chi può pagare cifre maggiori.

Pensa al lusso di trovarti in uno scompartimento di lusso insieme a boss, delinquenti e criminali che hanno il tuo stesso potere d’acquisto! Non importa come hai prodotto il denaro di cui disponi, basta che tu ce l’abbia e noi ti serviremo! …” (nda).

Non c’è dubbio che concepire idee di separazione svela il retro pensiero degli autori e dei progettisti di queste idee, soprattutto quando necessariamente devono comunicare le loro trovate: come non notare la pubblicità delle “classi” dei Freccia Rossa che descrivevano l’ultima classe (la quarta) come l’unica abitata da persone di colore?! In questo caso il creativo ha dato manforte ai progettisti del treno e alla società (pubblica) che lo propone. E non c’è da stupirsi se anche chi abita la politica usa la cultura della separazione fra le persone come tasto su cui agire per evocare “la paura di essere uguali”. Pensieri che alla fine generano ovunque luoghi fisici di separazione: nella grande distribuzione (con i discount che segnano confini precisi fra chi può e chi non può), nella scuola (dove fra pubblico e privato la qualità della formazione e della refezione dipende ancora una volta dal denaro), ….

Nessuno è uguale a nessun altro e il compito di educare al futuro dovrebbe essere quello di saper apprezzare le diversità, valorizzandone l’esistenza, facendosi da ognuna stimolare e dando ad ognuna lo stesso identico spazio, che non è una porzione del tutto, ma è il tutto tutti insieme.

Se proprio vi piace il termine classe, se proprio non potete farne a meno … allora diciamo che siamo tutti nella stessa classe.

Pietro Greppi

Consulente per la comunicazione etica e fondatore di Scarp de’ tenis

Fondatore di GESTO – Laboratorio per la realizzazione del Linguaggio universale non verbale

Per entrare in contatto con l’autore: info@ad-just.it