Il Bugiardino – E’ solo pubblicità!

di Pietro Greppi

Il titolo riprende una frase diffusa. Tre parole con le quali, fra amici o in famiglia, capita a molti di commentare sia spot che confezioni di prodotti.

Gli addetti ai lavori dovrebbero tenerne conto e considerarlo un nuovo punto di osservazione, diverso dal solito e su cui riflettere.

Una frase semplice,  quasi una saggezza popolare, che contiene un mondo di significati ed è, una volta tanto, un effetto collaterale di quelli subìti dal comparto anziché prodotti nel pubblico.

Pietro Greppi
Pietro Greppi

Credo che sia capitato a tutti di sentirla, almeno una volta, e a molti di pronunciarla, e spero siamo anche tutti d’accordo nell’ammettere che il suo significato implicito sia traducibile per esteso in qualcosa del tipo “… non ci crederai mica!? È solo pubblicità …”.

Ora non serve fare ricerche motivazionali, scomodare sociologi o esperti di media e comunicazione per interpretare cosa questo significhi in termini pratici. Basta avere, nel comparto, il coraggio di fare autocritica. Se una frase così circola, significa che nel tempo, almeno in una certa parte del pubblico, la pubblicità si è formata una reputazione poco lusinghiera. Quelle tre parole sottintendono che chi le pronuncia la ritiene eccessiva, bugiarda o poco credibile. Una ricaduta negativa di non poco conto.

Si tratta senza dubbio della conseguenza delle esagerazioni che la pubblicità è abituata a mettere in scena, ma che, quando intercetta persone più riflessive di altre, le ricadono addosso come un boomerang, perdendo di fatto in credibilità con tutto ciò che ne consegue.

Certi professionisti della comunicazione ritengono che le iperboli allestite da certi creativi per “fare spettacolo intorno ad un prodotto”, siano percepite come tali anche dal pubblico.

Sono evidentemente convinti che, dalla pubblicità, le persone si aspettino una certa dose di eccesso (ma perché?) e che ne sappiano percepire i confini, sapendoli leggere, riconoscere, identificare. Pensano che tutto il pubblico sia capace di scremare razionalmente dallo spettacolo la parte più vicina alla realtà che può aspettarsi dal prodotto.

Invece non solo le cose non stanno così, ma è anche evidente che ormai che i creativi, negli anni, si sono fatti prendere la mano. Anziché togliere aggiungono, cosicché la dose di artifici e di iperboli presenti negli spot (e direi anche sulle confezioni) ha in molti casi affogato, soffocato, confuso la vera sostanza dei prodotti di cui risulta ormai difficile cogliere la semplice essenza.

Le passate di pomodoro non parlano; gli yogurt non fanno l’amore; qualunque auto raramente trova spazi deserti; le scatolette sono scatolette; tutte le merendine ingrassano; l’alcool non rende migliori né bevendolo, né spruzzandoselo addosso; le bottiglie, le scatole e i vasetti non sono il prodotto, ma solo dei contenitori; non ci sono animali felici di finire nel tuo piatto; il testimonial è pagato per dire certe cose; … e poi neanche gli sconti dichiarati e non richiesti sono momenti di verità. È solo pubblicità.

Questa rubrica sottolinea spesso gli aspetti negativi di certa comunicazione commerciale, gli effetti altrettanto negativi che essa produce anche a sé stessa e, di conseguenza, il perché sia necessario un rinascimento della professione dei comunicatori. Provate a pensarci. E parliamone.

Pietro Greppi

Consulente per la comunicazione etica e fondatore di Scarp de’ tenis

Fondatore di GESTO – Laboratorio per la realizzazione del Linguaggio universale non verbale

Per entrare in contatto con l’autore: info@ad-just.it