Il Bugiardino – Dove sta scritto?

di Pietro Greppi

Pietro Greppi
Pietro Greppi

Dove sta scritto? Dove l’hai visto? Chi lo dice? etc … sono i modi di dire che usiamo per abitudine e che derivano da una relativamente lontana idea del credito attribuito ad un media e a ciò che contiene. Semplici domande, che un tempo venivano fatte per conoscere la provenienza di una notizia e per accertarsi della sua attendibilità. Parliamo però di epoche “storiche” in cui la serietà di chi pubblicava e di ciò che veniva pubblicato era molto alta. Polemica a parte, oggi queste domande sono utilizzate non per curiosità, ma come per dubitare invece sulla veridicità di quanto ci viene riportato. Sono ironiche e sarcastiche, ma hanno mantenuto, anche se involontariamente, traccia dell’idea che se qualcosa appare su un media allora c’è da crederci.

Ovviamente dare informazioni richiede impegno e risorse, serve informarsi, essere testimoni dove accadono le cose, etc.. Ed è anche per questo che i media -tutti- ad un certo punto hanno iniziato a dare spazio a chi queste spese le potesse coprire. Da allora è stato un crescendo e la pubblicità, per acquisire credibilità e diffusione, non ha mai smesso di pagare per la propria popolarità, per presenziare e per confondersi con personalità a lei estranee (testimonial) scoprendo che è possibile anche ammantarsi del “prestigio” dei media che la ospitano.

Non è un caso infatti, se occupare uno spazio su una testata o su un’emittente ritenute credibili e serie, o anche solo più seguite, costa di più che su un mezzo su questi aspetti meno “competitivo”. Oggi media e pubblicità vivono in simbiosi e nel tempo si è creata fra loro una miscela in cui i contenuti presenti in un media qualsiasi non son più sempre riconoscibili in modo netto dalla pubblicità. Si è creata quella che potremmo definire una “pozione magica” (si fa per dire): basta assumerla (utilizzarla) e, siori e siore,  tutto diventa possibile, anche l’improbabile. “Basta pagare” per costruire qualunque personalità artificiale cui attribuire un valore altrettanto artificiale e poi contare sul fatto che, venghino siori venghino!, siano in tanti a cascarci.

Dove voglio arrivare? Non è un segreto, ma è bene sottolinearlo e farne oggetto di riflessione critica, che usando il denaro si può riuscire a dare credibilità anche a cose e persone di pessima qualità e quindi dannose. Il danno deriva proprio dalla popolarità e dalla diffusione che “pagando” possono acquisire immeritatamente. Ma se c’è chi paga c’è chi riceve il pagamento.  Accade di continuo e il meccanismo è sostenuto, senza tanti approfondimenti di merito, dal mondo della pubblicità che non guarda in faccia nessuno e si è attrezzato per rendere attraente qualunque cosa porti un assegno con sé. La conseguenza è che tutto viene messo sullo stesso piano. Stupido e intelligente, bello e brutto, buono e cattivo, vero e falso, sacro e profano, etico e no. È sufficiente ci sia a disposizione del denaro. Pecunia non olet, qualcuno va ripetendo, ammettendo involontariamente di sentirsi in colpa e pensando di darsi un tono, senza ricordare che la frase è un ossimoro di memoria “Vespasiana”.

I “professionisti della pubblicità”, soprattutto quelli più giovani, sono in gran parte cresciuti e si sono umanamente e professionalmente formati in un sistema cinico, scarsamente critico, autoreferenziale, omologante, che produce “per mestiere” euforia artificiale e che suggerisce ai propri addetti di non farsi troppe domande … perché “bisogna fatturare!”. Ma usando il pensiero laterale è anche certificabile quanto la pubblicità sia diventata uno spreco di risorse intellettuali ed economiche, che le aziende sembrano non vedere. Uno spreco che il sistema aziende/agenzie/media potrebbero però trasformare in reale ricchezza comune. “Basterebbe” cambiare i paradigmi di riferimento.

Certo è sempre bene precisare che esistono anche le belle persone, i cui pregi e potenzialità però il sistema tende a banalizzare cercando di assorbirle e indirizzarle prima che siano in grado di incidere davvero, anche nelle coscienze, segnando e indicando un cambiamento effettivo. I temi definibili sociali e riconducibili a utilità reali ma non mercantili, vengono infatti tutti accorpati usando parole specifiche come “terzo settore”, in apparenza per dargli una dignità, ma in realtà per ghettizzarli e “comunicarli” come marginali rispetto alle urgenze definite dal mercato. Il discorso sarebbe lungo e mi limito per ora a dire che dovremmo cominciare a pensare che esiste un solo settore: la vita reale. E a chi dovesse dire che non è così replicare: “Dove sta scritto?” 

Pietro Greppi

Consulente per la comunicazione etica e fondatore di Scarp de’ tenis

Fondatore di GESTO – Laboratorio per la realizzazione del Linguaggio universale non verbale

Per entrare in contatto con l’autore: info@ad-just.it