Il bugiardino – Dalla penna alla pelle … d’oca

Pietro Greppi
Pietro Greppi

di Pietro Greppi

Prendiamola larga. Aziende e agenzie, quando non ci arrivano da sole, vengono costrette dagli organismi di controllo a correggere i contenuti delle loro campagne. Soprattutto quando il messaggio che passa risulta eccessivamente e impropriamente pro-prodotto, esagerandone i benefici potenziali dichiarati o millantandone di improbabili. È il caso, per esempio, delle merendine o degli integratori alimentari che, quando ai creativi viene data carta bianca, li vediamo promettere energia e alimentazione completa e bilanciata. In molti casi il Garante o lo IAP si vedono costretti a invitare aziende, e relative agenzie, a integrare quei messaggi inserendo correttivi di buon senso che invitino, per esempio, a suggerire di abbinare alle merendine un frutto o agli integratori uno stile di vita sano (!)… Il consumo di bevande alcooliche viene vietato ai minori e segnalato (poco e male) come portatore di rischi per chi guida o per chi è in gravidanza … Esiste quindi, da qualche parte, la consapevolezza che certe cose non si possono dire o vendere se non dando precisazioni … e questo perché evidentemente esiste anche la consapevolezza che quanto viene trasmesso da un media può essere considerato come informazione e assimilato come attendibile modello di riferimento. Insomma ci sono abbondanti prove che il comparto della comunicazione commerciale conosce bene il proprio potere persuasivo. Nel bene e nel male. Ma questi esempi servivano per introdurre il tema più caldo del momento: le dipendenze digitali e le conseguenze collaterali.

La diffusione dell’uso degli smartphone e l’accessibilità sempre maggiore al mondo digitale porta con sé molti benefici, ma ha anche dei risvolti preoccupanti in generale che dobbiamo saper prevenire … soprattutto per proteggere i bambini. Non dovrei essere io a dirlo, ma è provato (e potremmo dire evidente) che l’attrazione verso il mondo digitale tramite le sue porte di accesso provocano dipendenza, difficoltà di apprendimento, deficit di attenzione, ansia, depressione, aggressività, solitudine, insoddisfazione verso il reale,  … effetti che riguardano ovviamente l’abuso degli strumenti tecnologici da parte di chiunque, ma soprattutto da parte dei bambini cui troppo spesso viene affidato un i-pad o uno smartphone come fossero moderni sedativi di comodo. E in effetti un bambino tende a concentrarsi sull’uso di questi aggeggi e, estraniandosi dalla vita reale, entra in un mondo virtuale che inizia da subito a competere con tutti gli altri messaggi che dal mondo reale gli arrivano. A contatto con il modo virtuale il bimbo (ma anche molti adulti!) assorbe la sensazione di una qualche forma di potere di decisione che gli trasmette il risultato del tocco di una tastiera o di uno schermo … sensazione che poi pretende si possa applicare anche nella vita reale. Questo, nella fase di apprendimento di base, porta il bambino a pensare di poter comandare con un click anche “le cose e gli abitanti della vita reale” e non riuscendovi accade che possa avere reazioni violente, depressive o autolesioniste.

Questi effetti collaterali deleteri li possiamo vedere anche sugli adulti, però sui bambini dobbiamo stare molto attenti. Come non ci sogneremmo mai (?) di fare dei corsi di prevenzione per gli effetti dell’alcool nelle scuole elementari (spero sia chiaro perché), dovremmo evitare di insegnare troppo presto la padronanza dei media digitali, cominciando per esempio a non regalare smartphone a bimbi di 8 anni scegliendo invece di educarli alla vita reale. La Corea del Sud, che ha il primato di digitalizzazione, impone per legge divieti di trasmissione dei giochi on-line in determinati orari e prevede limitazioni di accesso a contenuti per chi ha meno di 19 anni. Noterete la somiglianza con quanto accade anche da noi ma limitatamente al consumo di alcool.

Ma andando oltre nella riflessione in merito ai pericoli che si nascondono nella diffusione di una cultura troppo digitale, vale la pena soffermarsi sul fatto che l’utilizzo della scrittura tramite tastiera sta impoverendo le capacità di memoria  e apprendimento su ognuno di noi. La scrittura manuale, quella fatta usando penna, inchiostro e carta è una capacità che va salvaguardata perché, passo digitale dopo passo digitale, rischiamo di perderla e con essa la nostra abilità manuale in generale, con tutto ciò che ne deriva. Il danno da perdita delle abilità manuali -di cui la scrittura è un esempio complesso e affascinante- non si limita unicamente all’imbarbarimento del segno grafico della nostra scrittura, ma all’intero processo che il nostro cervello si disabitua a governare minando le nostre capacità di rielaborare. Estremizzando, siamo passati dalla penna d’oca -usando la quale uomini e donne di pensiero (non a caso) ci hanno trasmesso la loro capacità di approfondimento e di scoperta- fino ad arrivare ad abituarci a non pensare più in autonomia, perché pensiamo ormai che il sapere sia quello a portata di click e residente in un unico grande cervello virtuale. L’effetto, sempre estremizzando -ma nemmeno tanto- è un imbarbarimento generale che si sta sviluppando sotto gli occhi di chi riesce a vederlo … cose da far venire la pelle d’oca.

Devo alcuni spunti di questa riflessione alla lettura di un’intervista a Manfred Spitzer (psichiatra e neuro scienziato) fatta dal giornalista Lorenzo Guadagnucci (Il Piacere della lettura, supplemento a QN del 7 maggio 2016).

Di quell’intervista riporto qui sotto la chiusura che ritengo tanto semplice quanto illuminante su quali possano essere le buone pratiche da seguire per evitare i danni collaterali che altrimenti produciamo. Ne indica cinque: “… 1- è il dosaggio che fa il veleno, quindi occorre limitarlo; 2- se i bambini non posseggono una cosa, non c’è bisogno di proibirne l’uso; 3- i giochi elettronici sono particolarmente negativi per lo sviluppo del cervello e creano facilmente dipendenza; 4- se volessimo sapere se mangiare caramelle a tre anni sia dannoso per la salute, lo chiederemmo a esperti di bambini di tre anni o a esperti di caramelle?; 5- Ci sono tante cose da fare per un bambino là fuori, perché usare uno schermo per il loro tempo libero?” Ne aggiungo io una sesta: “i pubblicitari potrebbero ispirarsi ai cinque punti precedenti per riflettere e produrre sempre e solo contenuti di buon senso, facendo un favore a sé stessi, alle aziende e alle persone cui si rivolgono”.

Pietro Greppi

Ethical advisor e fondatore di Scarp de’ tenis

Fondatore di GESTO – Laboratorio per la realizzazione del Linguaggio universale non verbale

Per entrare in contatto con l’autore: info@ad-just.it