Il Bugiardino – Il progresso della paura


17 maggio 2016

   
Pietro Greppi

Pietro Greppi

di Pietro Greppi

Stanno cambiando i significati attribuiti alle parole. Semantica e semiologia al servizio della comunicazione commerciale possono produrre “soluzioni scorrette”. Anche quando queste materie di studio sono di fatto gestite irresponsabilmente da chi con le parole e i segni gioca per vendere un prodotto. Per questo indulgo in questa riflessione sperando di scaturire reazioni e sussulti.

Stiamo assistendo da tempo, per chi se ne accorge e per chi le pone in atto, ad un’evoluzione delle strategie comunicative, che trovo eticamente insopportabili. Sono tecniche di manipolazione del linguaggio e della mente. E, quel che è peggio, sono evoluzioni (se possiamo chiamarle così) che si sviluppano come se fossero naturali, ma che in realtà nascono come soluzioni spontanee di molti comunicatori per agire nel brodo culturale in cui siamo immersi e solo in risposta a problematiche commerciali o di ordine pubblico.

Vendere ad ogni costo confondendo le logiche del destinatario del messaggio. Complicata esagerazione? Mica tanto. Provo a spiegarmi. Cosa evocano, oggi,  le parole “moderno” e “progresso”? Un tempo non lontano erano termini che suggerivano ottimismo, benessere diffuso, felicità … Oggi stiamo assistendo ad una specie di revisione “intima” dei loro significati di cui neppure ci accorgiamo perché è diventato un processo culturale.

Anzi, commerciale. In pubblicità “il progresso” sta assumendo il volto di una subdola minaccia di esclusione che le persone meno attrezzate culturalmente assorbono come spugne adeguandovisi supinamente: in sintesi il termine “progresso”, con i suoi sinonimi, viene utilizzato o evocato con l’implicita accezione che “se non ti adegui perdi il treno, resti indietro rispetto agli altri, diventi obsoleto, inadeguato, vecchio, da rottamare …” un modo di comunicare che induce reazioni assimilabili alla “paura” che è ormai diventata il “vero motore che spinge all’omologazione”. La paura.

Per esempio quella di rimanere “indietro” che sta occupando ogni area della nostra mente, costringendoci ad interessarci di ogni singolo dettaglio che possa garantirci una protezione da qualunque cosa possa mettere a rischio la nostra posizione di persone “al passo con i tempi”, per cui chiediamo sempre più garanzie di sicurezza in ogni contesto per tutelare e preservare quanto pensiamo di aver conquistato per paura di perderlo. Cerchiamo la rassicurazione di essere nel giusto, di essere aggiornati, adeguati, accettati.

Con la complicità di chi lavora irresponsabilmente nella comunicazione commerciale stiamo costruendo una società isterica e terrorizzata dall’idea di “restare indietro”. Ci ingolfiamo di sostanze nutritive manipolate artificialmente e poi di medicine che ne allontanino gli effetti collaterali. Ci allontaniamo dalla terra per poi riportarla fin sui grattacieli, come un simulacro paragonabile a quanto facciamo conservando le foto di un caro estinto.

   

Per prevenire i danni del fumo non smettiamo il vizio, ma elaboriamo complessi artifici per riprodurne il rito; cerchiamo una ricchezza illusoria e quella che abbiamo già la buttiamo nelle lotterie, vogliamo la libertà e innalziamo muri, chiediamo e offriamo amicizie virtuali, ma prima di immergerci nel reale guardiamo telecamere di sorveglianza, compriamo strumenti per la difesa personale, ci barrichiamo dietro sbarre, porte blindate e auto inutilmente enormi dotate, “a nostra difesa”, di corazze e palloncini.

La modernità è diventata sinonimo di cose che non c’erano prima, ma non necessariamente utili a farci stare bene. Le città, nate come luoghi di aggregazione intorno alle promesse di modernità, lavoro e di agio, si sono trasformate in “campi profughi per gli sfrattati dall’agricoltura” che nel frattempo è diventata terreno – nel vero senso della parola – di sfruttamento intensivo da parte dell’industria. La città come luogo “sicuro” si è trasformata in un fortino diffuso in cui proteggersi dal diverso o da chi arriva da fuori e che “minaccia” quella parvenza di conquistato benessere.

Ma il concetto di protezione e di difesa si è anche atomizzato, esasperato al punto che una semplice panchina, nata per accogliere e ristorare dalla stanchezza, è diventata “area protetta” da proteggere contro l’uso prolungato da parte di persone senza dimora, giustificando addirittura “studi di architetti” che si sono ingegnati sul come renderne impossibile l’uso se non in determinate ore e solo in determinate modalità.

Gli spazi pubblici che dovrebbero fungere all’incontro fra le diversità e all’interscambio, cominciano a mancare o ad essere riprogettati senza pensare alla loro funzione originale, trasformandoli in esposizioni di oggetti improbabili e in giardini esteticamente discutibili, asettici e non ludicamente fruibili … vengono così a mancare le opportunità di conoscenza e l’abitudine alle diversità che invece servirebbero a eliminare le cause della paura.

Virtualmente accomunati dal fatto di coabitare le città, si pensa di conoscere gli altri solo perché comprano e fanno le nostre stesse cose, e quindi di avere con loro molto in comune … e questo porta in tanti a credere che sia giusto pensare a chi viene da fuori, a chi non conosciamo come a chi potrebbe rubare o rompere il giocattolo che siamo abituati ad avere a nostra disposizione. L’esclusione prevale sull’inclusione. Il possesso impedisce la condivisione.

Non c’è dubbio, il concetto di progresso va ripensato con spirito critico, perché crescere non significa solo aumentare di dimensioni. E in questo le aziende e le agenzie, me lo sentirete ripetere spesso, possono fare molto senza abdicare alla funzione di comunicazione commerciale. Basta volerlo. Serve un certo impegno. Anche creativo. Ma laterale rispetto a quello attualmente in voga.

Perché il progresso non può essere la gioia di essere migliori di altri, ma solo di essere migliori.

Pietro Greppi

Ethical advisor e fondatore di Scarp de’ tenis

Fondatore di GESTO – Laboratorio per la realizzazione del Linguaggio universale non verbale

Per entrare in contatto con l’autore: info@ad-just.it


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