Il Bugiardino – Il fumo e l’arrosto


9 maggio 2016

   
Pietro Greppi

Pietro Greppi

di Pietro Greppi

Un motivo ci sarà se la “gente comune” associa ancora chi lavora in pubblicità al “venditore di fumo”, nonostante gli anni che ci separano dall’origine di quella definizione!

Cosa spinge allora un creativo, o l’azienda che lo ingaggia, a scegliere ancora oggi di ideare e produrre per la comunicazione cose, show o pupazzetti, oggettivamente inutili?

Che senso hanno gli sciocchi artifici messi in atto per cercare di attrarre l’attenzione su prodotti che dovrebbero essere già interessanti? Che spreco di risorse economiche e mentali!

Significa forse che i prodotti non possiedono qualità convincenti o sufficienti che giustifichino la loro esistenza?

Se davvero ritieni che il “tuo” prodotto non abbia molto da dire oltre a ciò che la sua natura già esprime in modo chiaro (?), se cerchi di attribuirgli un valore “aggiunto”, da aggiungere appunto alle sue qualità intrinseche … anziché intortarti senza successo in spasmodiche e spesso ridicole ricerche di senso o a inventarti stupide personalità artificiali (a volte pericolose per i loro risvolti culturali collaterali), anziché cioè cercare di contaminare la società con delle idiozie (certe cose vanno chiamate con il loro nome!), potresti, creativo o dirigente d’impresa, farti tu contaminare dalla società, dalle sue richieste di vita reale e di ascolto dei bisogni effettivi tra i quali c’è una scelta infinita.

La stessa azienda che sceglie di ideare e produrre, per esempio,  un pupazzetto da inserire in un ovetto di cioccolato, perché non si impegna –sempre- nel progettare, sostenere e comunicare un intervento socialmente utile? Un reale interesse per i propri clienti potenziali dovrebbe far propendere per la seconda opzione in modo naturale. È che, va detto, affinché questo accada, dovrebbero convivere entrambi le opzioni nella mente di chi decide o di chi sceglie queste cose. E quindi non accade, ed è per me un doloroso mistero che mi spiego solo con il fatto che senza buona imprenditoria non si crea cultura e progresso sociale … perché tutto è legato a doppio filo. Se chi governa qualunque cosa è uno stupido, le sue scelte amplificheranno la sua stupidità e rischieranno di contagiare altri.

   

Eppure risulta tristemente evidente che:

  • un pupazzetto viene considerato un lavoro produttivo mentre un progetto di contributo alla vita sociale ancora no;
  • • il primo appartiene alla “produzione di beni” mentre il secondo è “solo” una forma di cura per l’altro, e ciò viene purtroppo collocato mentalmente nell’area delle attività che “non producono utili”;
  • • del primo andrebbe spiegata l’utilità, ma non c’è, mentre del secondo l’utilità dovrebbe essere evidente;
  • • il primo non è legato ad un’esigenza reale, il secondo invece certamente sì;
  • • il primo per assumere un senso richiede “pensiero artificiale”, il secondo è generato dal naturale buon senso.
  • • …

Insomma si tratta di due cose assolutamente distanti e difficili da paragonare, ma che dobbiamo confrontare se vogliamo parlare prima di crescita delle persone e poi, di conseguenza, del sistema in cui agiscono. Se mi è consentito un gioco di parole, chi è a caccia di utili dovrebbe comprendere che l’utilità è l’utile più importante. Dobbiamo rivedere il senso del valore delle cose, sia di quelle da dire sia di quelle da fare. Anche quando parliamo di pubblicità. Ed è una questione molto più seria di quello che sembra e, ovviamente, centra l’etica.

Aziende e agenzie di pubblicità si reggono sulle qualità di persone che spesso ritengono sia loro compito intrattenere il pubblico con spettacolini che, dai e dai, risultano però forzatamente fantasiosi, oggettivamente irreali, inutili e neppure divertenti. Avviene tutto per un’abitudine che alimenta se stessa, la cui origine cui pare sfuggita agli stessi autori e committenti.

Il vuoto, il nulla … non possono alimentare se non un senso di vuoto.

Non vorrei sembrare ovvio e tantomeno presuntuoso, ma va ricordato che al netto di ogni esoterica spiegazione dei vari deliri che vengono rappresentati in molte pubblicità, lo scopo di queste costose e impegnative rappresentazioni dovrebbe essere quello di creare attenzione, informazione, motivazione di acquisto, ricordo del messaggio, motivo di fedeltà alla marca … Che cosa spinge allora molti addetti ai lavori, interni ed esterni alle aziende, a dedicare la loro intelligenza nella produzione di siparietti ridicoli, imbarazzanti e quindi anche svilenti l’azienda che li paga visto che sono attività, volendo insistere a farle, che vanno continuamente reinventate perché nascono senza un senso vero e proprio e senza lungimiranza? La risposta più ovvia ritengo sia “la mancanza di un vero controllo sull’etica dell’impiego delle risorse” o almeno “una forte disattenzione di chi licenzia certe cose”. Fare cose che si sgretolano costringe a rifarne altre. È economia questa? Se il rispetto delle cose e delle persone con cui si ha a che fare non è presente anche in qualunque forma di comunicazione, significa che non è ritracciabile neppure in coloro che quella comunicazione la producono. Mi dispiace ma è così. Se quello che si cerca è l’attenzione, il ricordo, la fedeltà … si sappia che è possibile farlo attraverso iniziative concrete e messaggi di grande utilità pubblica, facendosi guidare dalle reali necessità delle persone e delle comunità grandi o piccole in cui si incide con la propria presenza commerciale. Iniziative che si possono, perché no, firmare mettendoci “la faccia”. Ed è certo, in questo modo, che si verrà identificati come modelli positivi da imitare. Altro che testimonial! Cambiare paradigma non è poi così difficile se si ha a cuore la propria dignità professionale! Cosa aspettate? Se siete dirigenti di azienda pretendetelo dalla vostra agenzia. Se siete titolari di agenzia proponetelo per primi ai vostri clienti …

Ci sono alcuni imprenditori che fanno azioni benefiche, ma di cui non vogliono si parli. Ma qui non stiamo parlando di azioni benefiche della lacrima sul viso o di lenire temporaneamente la fame di qualcuno. Stiamo parlando della possibilità di compiere azioni memorabili che siamo abituati a pensare siano compiti di altri.

Si possono senza dubbio realizzare e comunicare progetti importanti, duraturi e davvero utili per arrivare a incidere laddove, per esempio, non arriva il cosiddetto “pubblico” (inteso come Stato) e si può fare impiegando, fra le altre, le risorse destinate altrimenti a gareggiare per accaparrarsi un testimonial.

Scelte per cui serve onestà, lungimiranza, visione laterale e intelligenza ed è forse per la mancanza di abitudine ad avere questi fra i propri obiettivi che continuiamo ad assistere a siparietti e microsceneggiati che vorrebbero essere ironici e che invece alimentano costantemente l’analfabetismo di ritorno in cui è ormai immersa la nostra società di clienti e votanti. Fermiamoci a pensare!

La nostra società è in crisi anche perché non è educata a cogliere certe “opportunità che sono a portata di mano”. Serve arrosto, non fumo. È necessario sgombrare la mente dalle sciocche e sterili abitudini che trattengono dal crescere, come persone, attraverso progetti che producano radici sane e profonde nella coscienza di ognuno. Si cresce come sistema  se si cresce come persone.

Pietro Greppi

Ethical advisor e fondatore di Scarp de’ tenis

Fondatore del Laboratorio per la realizzazione del Linguaggio universale non verbale

Per entrare in contatto con l’autore: info@ad-just.it


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