Report asfalta Moncler: crollo in borsa e social sul piede di guerra. Ma il brand di Remo Ruffini non ci sta e porta Gabanelli in tribunale


3 novembre 2014
TV

   

Un tonfo in borsa del 4% e un coro di indignazione che rimbalza sui social network, con il lancio di una campagna di boicottaggio: è un vero e proprio terremoto quello che ha investito Moncler il giorno dopo la messa in onda dell’inchiesta di Sabrina Giannini per Report. Un danno di immagine difficile da ricucire dopo la tracciatura a tutto campo dell’attività e dei prodotti del brand italiano guidato da Remo Ruffini.

L’occhio della tramissione di Milena Gabanelli ha spaziato a tutto campo, dall’origine del piumaggio contenuto nei prodotti, al maltrattamento degli animali fino alle politiche estreme di delocalizzazione per aumentare i profitti. L’inchiesta firmata da Giannini è partita dagli allevamenti in Ungheria, mostrando le sofferenze a cui sono sottoposti gli animali, che vengono spiumati vivi fino a quattro volte l’anno, senza seguire il corso naturale della muta stagionale e, soprattutto, in spregio della normativa europea che prevede – proprio per evitare sofferenze agli animali – la raccolta delle piume attraverso un’operazione chiamata pettinatura. Le immagini trasmesse hanno restituito ben altra realtà, con volatili agonizzanti e ferite ricucite.PROGRAMMA TELEVISIVO REPORTMa non è tutto. Report ha indagato anche sulla qualità del piumaggio contenuto nei capi del brand, accusando Moncler di utilizzare piume non solo d’oca ma anche di altre specie come le anatre, con il risultato che la qualità dei prodotti sarebbe del tutto diversa rispetto a quella decantata dall’azienda. E non basta. Le telecamere di Report ha puntato l’indice a specchio sulla politica di delocalizzazione della produzione che sarebbe praticata dal marchio di Remo Ruffini: da una parte con le testimonianze delle aziende del Sud Italia che si sono viste togliere il lavoro e costrette a chiudere o a reinventarsi per stare sul mercato; dall’altra la condizione di sfruttamento della manodopera nei paesi dell’Est europeo: Romania in particolare, ma anche Armenia e Transnistria. Una sorta di enclave, quest’ultima, della vecchia Unione Sovietica, un porto franco, formalmente facente parte della Moldavia ma in realtà autonomo, inaccessibile ai giornalisti, super controllato con atmosfere da Kgb e non riconociuto dalle Nazioni Unite.

Moncler

Remo Ruffini

E’ nella combinazione di questi elementi, secondo quanto riportato da Report, che Moncler sfrutterebbe il bassissimo costo della mano d’opera locale pagando ai terzisti una somma che varia dai 35 ai 40 euro per il prodotto finito, che poi viene messo in vetrina ad un prezzo che supera i 1200 euro.

L’azienda ha respinto le accuse al mittente tramite una nota diffusa oggi: “Moncler utilizza solo piuma di alta qualità, acquistata da fornitori obbligati contrattualmente a garantire il rispetto dei principi a tutela degli animali, come riportato dal nostro Codice Etico, al punto 6.4. L’associazione del nome Moncler a pratiche illegali e vietate dal nostro Codice Etico, è impropria. I nostri fornitori di piuma sono tutti basati in Italia, Francia e Nord America”. E non solo. Il brand fa sapere di avere dato mandato ai propri legali per tutelarsi in tutte le sedi dopo il servizio trasmesso ieri sera su Rai Tre. E ha precisato in una nota che “i fornitori sono ad oggi situati in Italia, Francia e Nord America”. Inoltre, “che non sussiste alcun legame con le immagini forti mandate in onda riferite a allevatori, fornitori o aziende che operano in maniera impropria o illegale, e che sono state associate in maniera del tutto strumentale a Moncler”. E ancora: “Moncler non ha mai spostato la produzione come afferma il servizio, visto che da sempre produce anche in Est Europa. In Italia ha mantenuto collaborazioni efficienti con i migliori laboratori. Per quanto riguarda i ricarichi, il costo del prodotto viene moltiplicato, come d’uso nel settore lusso, di un coefficiente pari a circa il 2,5 dall’azienda al negoziante, a copertura dei costi indiretti di gestione e distribuzione. Nei vari Paesi la distribuzione applica poi, in base al proprio mercato di riferimento, il ricarico in uso in quel mercato. E’ evidente quindi che le cifre menzionate nel servizio, che prendono in considerazione solo una piccola parte del costo complessivo del prodotto, sono del tutto inattendibili e fuorvianti”.

Una presa di posizione che non ha fermato la presa d’assalto del sito Facebook dell’azienda e il lancio su twitter dell’hashtag #boicottaMoncler a corredo di un coro di proteste indignate. Con un danno di immagine difficile da quantificare per uno dei marchi di eccellenza in mano italiana e con una prevedibile battaglia in tribunale dall’incerto esito.

 


   

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