Spanish Revolution, la rivoluzione social(e): reportage da Puerta Del Sol - Spot and Web tag

Spanish Revolution, la rivoluzione social(e): reportage da Puerta Del Sol

di Matteo Bianconi

Sai quanto fa un sentimento più due parole? Il risultato, dico.
No? E allora vediamo di verificarlo.

Tutto inizia il 15 giugno 2011 a Madrid, in Spagna. O faccio meglio a dire “tutto si manifesta”, perché in realtà le idee che hanno unito persone diverse tra loro sono nate sei mesi prima. Se dovessi parlare di una persona, il nome sarebbe Fabio Gándara, un avvocato di 26 anni che a fine 2010 aveva già tutto chiaro, dai tempi alla volontà: “Democracia real ya” è più di uno slogan, è un obiettivo. E così fonda un gruppo su Facebook insieme a due amici, raccoglie adesioni e prepara quel fenomeno che è già passato alla storia e che probabilmente mio nipote di 8 anni studierà in quinta superiore.

Questa è la storia di un movimento nato e mosso da una situazione che ha portato un Paese al record storico di disoccupazione, a un sistema economico sull’orlo di un collasso e ad una corruzione diffusa tra politica e Banche: migliaia di persone hanno così cliccato su un “mi piace” di Facebook, si sono scritte e hanno ragionato, per poi guardarsi nelle palle degli occhi. Non esiste destra o sinistra, ma solo la rabbia e il desiderio di un cambiamento radicale. Democrazia. Reale. Ora.

Il mondo benpensante ha creduto che fossero i soliti quattro sognatori riottosi, ma il 15 maggio sono scesi nelle piazze di diverse città 80 mila “indignatos”, tra giovani, famiglie e terza età. Le solite manifestazioni, qualcuno avrà pensato. No, neanche per sogno. Alla fine della giornata una trentina di persone avevano deciso di rimanere a dormire a Puerta Del Sol, la piazza simbolo di Madrid. Il giorno dopo sono tornati in quattrocento e montano una sorta di gazebo che dà origine alla “repubblica” di “Acampada Sol” e a un regolare manifesto. Sulla Rete passano migliaia di foto e messaggi, Twitter registra nuovi trend topic e la voce comincia a spargersi. Il governo fa la sua mossa e martedì compare la polizia: chi era lì racconta dei metodi poco ortodossi, calci, pugni e manganellate per sgomberare l’area che nel primo pomeriggio appare vuota. Zapatero può dormire tranquillo. Almeno per due orette: la gente torna, pian piano, senza alzare la voce, tenendosi per mano. Il sole che tramonta il 17 maggio bacia oltre 6.000 persone: il sogno inizia con il suo vero nome, Spanish Revolution.

Da quel martedì è passato più di un mese, ma le piazze spagnole e in particolare Puerta Del Sol sono state occupate per chiedere “una società nuova che dia priorità alla vita sugli interessi economici e politici”. E così ho scritto un primo articolo, mi sono messo in contatto con chi era lì in quel momento, poi ho preso un aereo e un sabato pomeriggio sono arrivato lì, dove “tutto si è manifestato”. Queste mie parole non vogliono essere una presa di posizione, ma una presa di coscienza: i giovani hanno utilizzato le risorse della nuova generazione, hanno preso il meglio di questi social network tanto amati quanto discussi e hanno trasferito il loro sentimento dagli input alla Vita. Reale. Ora.

Arrivato alla #AcampadaSol, la prima cosa che mi ha colpito è stata il colore: tante, tantissime tende a perdita d’occhio si aprono mentre si giunge da Calle de Alcalá, una delle principali arterie della capitale iberica. I teloni tirati in cima per ripararsi dal sole bollente o dalla pioggia battente, i passaggi aperti come vie di transito, i manifesti, le scritte e le persone. Già, perché sono le persone che hanno costruito tutto questo e allora entro in questa nuova repubblica, perdendomi nel dedalo di strade improvvisate tra un rifugio e l’altro. Fa caldo e l’odore che circola non è dei migliori: in questo agglomerato di plastica si suda parecchio. In realtà ci si abitua in fretta. Le foto o i video possono dare un’immagine, ma vivere quella piazza è “altro”. Ci si sente parte di qualcosa di grande, qualcosa che non può finire, qualcosa per cui vale la pena di sudare. E di sorridere.

Cammino e mi fermo a parlare con due ragazzi che raccolgono delle firme, chiedo se è possibile fare un’intervista, ma non si fidano: mi guardo in giro e noto due poliziotti in borghese. Fanno il loro lavoro, controllano e in quella atmosfera stridono come due astronauti a un party per bambini. Ricomincio il mio tortuoso percorso e finisco in una tenda di blogger. Huellasol si occupa di fotografare chi passa, lasciando la facoltà di scrivere un messaggio su una piccola lavagnetta. Nessuno si imbarazza e si lascia immortalare: il blog (e i primi piani che lo riempiono) ha registrato oltre 18 mila visite in meno di un mese. Parlo con Juan,il ragazzo che scatta le foto. Viene dalla Colombia, ha 26 anni e gli occhi stanchi, ma un sorriso che sa di un lungo viaggio ancora da finire. Gli chiedo cos’è per lui la Spanish Revolution: “È una nuova forma di espressione di chi è stanco di quello che sta succedendo in Spagna, ma non solo”, mi risponde con il suo accento d’oltre oceano. Juan è presente da lunedì 16, era uno di quei seimila tornati per lanciare un messaggio forte. “E’ speranza, cambiamento”, mi dice mentre prepara la macchina per un nuovo scatto.

Mi avvicino a un nuovo “banco” dove un ragazzo non smette di parlare con la gente, segnando su una lavagna turni e chiamate. Stanno organizzando le assemblee di quartiere, organizzando i rappresentanti, le ore e i turni. Mi presento e cominciamo a parlare. Si chiama Adrian, 25 anni a dire tanto e l’aria di chi non si è fermato un secondo. “La Spanish Revolution è una unione”, mi spiega sorridendomi, “Sia dove sia, non abbiamo frontiere, non abbiamo bandiere, non abbiamo sinistra o destra. È qualcosa… più umano, più semplice. È gente normale che vuole cambiare le cose, che richiede solo il necessario per vivere”. Lo lascio poco dopo e lo vedo tornare alla lavagna, notando un pc sul tavolo e una ragazza che batte freneticamente sulla tastiera.

Si lavora, si parla, ci si organizza. Nessuno sta con le mani in mano a Puerta Del Sol. C’è il punkabbestia a petto nudo e il fighetto con camicia e cravatta. C’è la mamma con un bambino dall’aria distratta e un “abuelo” con i capelli bianchi che cucina per un reggimento. C’è il personale di una raffazzonata infermeria e tanti, tantissimi giovani collegati con i propri portatili. C’è Internet: uno hot spot gratuito permette a tutti di collegarsi in qualunque momento. Qualcuno lo ha chiamato “popolo della Rete”, ma si sbagliava. Questa è cittadinanza applicata. Ed è qualcosa fuori dall’ordinario che si racconterà per molto tempo. Facebook, Twitter, i blog… sono stati gli strumenti utilizzati per raggiungere questo obiettivo, questo senso comune nato nel cuore di persone comuni, unite da una rivoluzione social(e).

Ecco cosa può fare un sentimento, questa voglia di cambiare aggiunta alle parole Spanish Revolution. Tutto quello che hai letto. Le nuove tecnologie sfruttate per un bene collettivo, la partecipazione condivisa, l’organizzazione, il sudore, i sorrisi, le mani, gli occhi, le bocche.
Questa è stata l’alba di una nuova generazione senza età.

Matteo Bianconi
(Copywriter & Social Media Strategist @ Pragmatika)