Ecco come difendere la propria reputazione sul web


19 giugno 2013
Web

   

Gli italiani on line sono un popolo di spioni ma poco attento a salvaguardare se stesso: parola di Duepuntozero di Doxa. E Antonio De Nardis, co-autore con Ale Agostini de “La tua reputazione su Google e i Social Media”, intervistato da Layla Pavone di Assocomunicazione, ci spiega come voltare pagina

di Giovanni Santaniello

Gli italiani si confermano tali anche on line. Con tutte le loro virtù, ma anche i loro vizi. E quindi: un popolo di spioni ma, allo stesso tempo, anche assai poco furbo sebbene si creda tale. D’altra parte, come definire chi è pronto a guardare tutto dell’altro su Internet dimenticandosi di prestare la dovuta attenzione alla propria reputazione sul web?

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Antonio De Nardis

E’ il succo della ricerca condotta da Duepuntozero di Doxa che illustra Paolo Mistrorigo all’Università Cattolica di Milano, nel corso della lezione aperta su quale futuro si scorge per la reputazione online aziendale e personale che si tiene nell’ambito del master del Sacro Cuore sui digital communications specialist.

E quindi: giù coi dati. Il 25% dei navigatori (in Italia sono quasi 29 milioni) cerca informazioni sul proprio nome. Pochini. Soprattutto se confrontato al 90% che cerca on line informazioni aggiuntive su chi ha conosciuto o si appresta a conoscere nella realtà. Il 50% si sofferma soprattutto sui propri cari, dal partner, alla moglie (o al marito), fino agli altri parenti.

Ancora: 1 utente su 10 ha trovato contenuti sconvenienti legati al proprio nome (e solo una piccola parte è intervenuta per migliorare la situazione). 1 su 2 viene taggato in foto e video da altre persone a sua insaputa.

“Questo è il dato che più mi ha colpito: sono quasi 2 milioni. Se ci pensate, un numero enorme di persone che si è ritrovato in questa situazione”, commenta Antonio De Nardis, co-autore assieme ad Alessandro Agostini del libro edito da Hoepli “La tua reputazione su Google e i Social Media”. Alla Cattolica, lo intervista Layla Pavone, presidente della Consulta digitale di Assocomunicazione.

   

Come è nata l’idea del libro?

“Dal confronto quotidiano con studenti (De Nardis è docente di Digital & Social Media Marketing, ndr) e professionisti che, per la stragrande maggioranza, non aveva e non ha coscienza delle informazioni digitali che lasciano anche involontariamente on line. Eppure, negli Usa, ad esempio, le aziende, quando scelgono chi assumere, già da tempo notano anche gli eventuali errori grammaticali nei vari post che si lasciano sui social”.

In Italia si sconta un problema di sensibilizzazione?

“Anche. Sicuramente c’è anche un aspetto culturale in questa questione. Siamo abituati ad esternare i nostri sentimenti e le informazioni che abbiamo in tutti i modi, senza freni. Quindi, scuole ed università, da noi più che altrove, farebbero bene ad educare sulle potenzialità del web, ma anche sui suoi rischi. Bisognerebbe che ogni utente, ad esempio, arrivasse a chiedersi se serve davvero avere tanti amici su Facebook”.

Come si fa a curare la propria reputazione on line?

“La presenza sul web deve essere coerente e costantemente monitorata. Così, si fa già un buon passo vero la salvaguardia della nostra reputazione”.

Quando la nostra reputazione è sotto attacco, penso anche ai casi di Laura Boldrini ed Enrico Mentana, cosa bisogna fare?

“Nessuno può essere totalmente protetto. Ma c’è qualche strumento per intervenire prontamente. Sui social network, intanto, si possono denunciare i troll ai gestori del social dove siamo attaccati. E nei casi più pesanti, ci si può rivolgere alla Polizia postale. Ma ciò che è importante, è la prevenzione”.

Che consigli dà per far parlare bene di sè le persone e per far sì che le aziende ci prendano in considerazione per un eventuale lavoro?

“Priimo: verificare lo stato della propria privacy su tutte le piattaforme in cui interagiamo, comprese quelle che non utilizziamo più. Sistemare gli allert che ci avvisano quando parlano di noi. Verificare il nostro stato e monitorarlo costantemente”.

Perchè su Facebook non ha l’account col proprio nome e cognome?

“Su Linkedin ce l’ho con tutti i miei dati esatti. Facebook, invece, lo utilizzo in un ambito più ristretto. E quindi…”.


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